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Sebbene
il più importante scultore croato, Ivan Mestrovic (1883-1962), non
provenisse da una delle città dalmate che per secoli hanno mantenuto vivi
i rapporti con le città italiane dell’altra sponda, ma dalla regione
carsica dell’entroterra dalmato, la maggior parte della sua vita e del
suo lavoro si sono svolti fuori dal suo paese: a Vienna, Parigi, Roma,
Londra, in Svizzera e negli Stati Uniti. Ripetuti soggiorni in Italia, sia
in età giovanile sia adulta, furono particolarmente importanti per la sua
vita e per il suo lavoro e se ne ricordava sempre con piacere, come anche
delle sue amicizie in quel paese, che avrebbe mantenuto fino alla morte.
Essendo
un meridionale, dell’Italia lo attraevano i paesaggi, le città, le
persone e
in particolar modo l’arte, soprattutto quella più antica, mentre non
era propenso alle tendenze contemporanee d’avanguardia, tranne, in
alcuni aspetti, nella fase iniziale del suo lavoro. Oltre all’antichità
classica, il suo stimolo e modello fu l’arte rinascimentale italiana ed
in particolar modo Michelangelo, che rappresentò in una scultura e sul
quale scrisse un ampio saggio; considerandolo il sommo scultore di tutti i
tempi, in alcune opere quasi lo imitava, come ad esempio nella Pietà
Romana.
Gli
italiani, d’altra parte, nel periodo che precedeva la prima guerra
mondiale, accolsero favorevolmente Mestrovic e il suo lavoro. A ciò
contribuì
la circolazione delle poesie tradizionali dei popoli slavi del Sud,
conosciute in Italia in traduzione, e la notorietà generale del
Montenegro e della Serbia nelle guerre contro i Turchi (vista anche
l’origine montenegrina della loro regina); ma Mestrovic e le sue
sculture si trovarono al centro dell’attenzione del pubblico italiano
dopo il suo grande successo all’Esposizione Internazionale a Roma nel
1911, dove gli fu conferito il primo premio per la scultura. In seguito le
sue opere furono conosciute attraverso le Biennali di Venezia, fino alla
mostra postuma tenutasi a Milano nel 1987.
Dopo
che fu scoperto il talento per la scultura del povero pastore proveniente
dal villaggio di Dalmatinska Zagora e dopo un suo breve apprendistato
nella bottega di uno scalpellino a Spalato,
egli poté, tramite le donazioni raccolte ed il mecenatismo di un
industriale viennese, andare a Vienna nel 1900, e lì, ancora studente
all’Accademia delle Belle Arti, partecipò alle mostre del circolo
artistico viennese La
Secessione. Dopo
il primo proficuo influsso delle sculture di Rodin, adottò nel suo lavoro
lo stile secessionista, in linea con il quale dal 1908 al 1909 creò a
Parigi tutta una serie di eroi e vedove destinati all’incompiuto
monumento nazionale
Il Tempio di Vidovdan.
Prima
di partire per Parigi, nel 1907, il giovane Mestrovic fece un viaggio in
Italia, poiché gli fu commissionata una fontana monumentale. In
quell’occasione partecipò anche alla VII Biennale di Venezia, avendo già
ottenuto riconoscimenti alle mostre di Vienna, Monaco, Londra, Sofia,
Zagabria e Belgrado.
L’Italia
aveva subito entusiasmato il giovane artista e sua moglie Ruza. “Lì è
meraviglioso e ci siamo trovati molto bene, anzi, non ci siamo mai sentiti
meglio da nessun’altra parte”, scrisse all’amico Andrija Milcinovic
dopo il suo ritorno, “bellissimo e straordinario paese, interessante per
la sua cultura del passato, e non mi pento di averlo visitato, al
contrario – se sarà possibile – ci tornerò”.
Ma
quello che particolarmente affascinò il giovane furono le opere d’arte
che vide in Italia, specialmente quelle rinascimentali a Firenze, di cui
aveva scritto con trasporto all’amico.
Nel
1911 Mestrovic arrivò a Roma, accompagnato dalla moglie Ruza, per
partecipare all’Esposizione Internazionale romana. Dopo Parigi, aveva
intenzione di soggiornare e lavorare a Roma più a lungo, e così affittò
un appartamento in via Frattina e uno studio vicino a via Flaminia.
“Lui
amava vivere in Italia”, scrisse in seguito suo figlio Mate, “amava
gli italiani, la loro inclinazione ad eccitarsi ed entusiasmarsi. Amava il
paesaggio e l’ambiente italiano. Al
di fuori della sua patria, l’Italia era il paese dove si sentiva più a
casa. Roma conserva molti bei ricordi dei giorni della sua giovinezza. Qui
visse tra il 1911 e il 1913 ed ebbe molti amici intimi”.
D’estate
ritornava in patria per visitare la famiglia nel suo villaggio e fuggiva
dal caldo dell’estate romana nel vicino pittoresco paese di Anticoli
Corrado, un ritrovo di artisti, dove, tra gli altri, fece amicizia con la
famiglia Signorelli, che rivestiva un ruolo di primo piano nella vita
culturale romana.
L’avvenimento
più rilevante nella vita e nell’arte di Mestrovic fu probabilmente
l’Esposizione Romana del 1911 con la quale si celebrò il Cinquantenario
dell’Unità d’Italia.
L’imponente
presenza di Mestrovic in questa mostra gli procurò fama in tutta
l’Europa, ma ebbe in patria, oltre ai riconoscimenti, anche dure
critiche ed attacchi.
Ivan
Mestrovic, come la maggior parte dei giovani intellettuali croati,
soprattutto quelli della Dalmazia, nutriva l’idea dell’unità
culturale, e in seguito anche politica, di tutti i popoli slavi del Sud. I
croati chiedevano l’indipendenza dall’Impero Austro-Ungarico del quale
facevano parte, i paesi dell’est dei Balcani volevano liberarsi dalla
Turchia, e vedevano nella Serbia il Piemonte dell’unificazione, poiché
essa, insieme al Montenegro, era l’unico paese indipendente dell’area.
Mestrovic e i suoi compagni dalmati temevano anche i tentativi italiani,
appoggiati dagli irredentisti, di impossessarsi della Dalmazia. Per questo
motivo, l’istituzione di un paese jugoslavo comune, appoggiato da
Francia, Gran Bretagna e Russia, nemici della Germania e dell’Austria,
garantiva l’indipendenza dai possibili aggressori limitrofi. Mestrovic e
i suoi compagni, artisti della Dalmazia, avrebbero dovuto presentare le
loro opere nel padiglione ungherese o austriaco, ma non lo fecero per
motivi patriottici, e decisero quindi di esporle in quello serbo,
progettato dallo stesso Mestrovic, tenendo conto, in primo luogo, delle
sue sculture dedicate al Tempio
di Vidovdan,
mausoleo simbolo dei morti nelle secolari battaglie per la libertà dei
popoli slavi del Sud. Questa decisione provocò polemiche e scandali sia
nell’Impero austroungarico, sia nella parte della Croazia non propensa
all’alleanza con i Serbi.
Il
giovane Mestrovic aveva creato negli anni precedenti, secondo lo stile
della Secessione Viennese, delle figure monumentali degli eroi morti nella
battaglia storica contro i Turchi nel 1389 a Kosovo Polje e delle loro
vedove.
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Il
sottolineare dell’elementare e dell’arcaico aveva sorpreso numerosi
visitatori dell’Esposizione Romana; entusiasmò alcuni, che vi vedevano
una forza fresca e autentica all’interno della presunta arte decadente
dell’Europa, mentre in altri destò avversione. I primi probabilmente
erano più numerosi, visto che ricevette il primo premio che gli aprì la
strada per altre mostre individuali in Italia e nel resto dell’Europa.
La stampa italiana, sia i quotidiani che le riviste specializzate,
era piena di elogi e di entusiasmo per le sue sculture, mettendolo al
primo posto tra gli scultori europei insieme a Rodin.
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Lo
stesso Rodin parlava di Mestrovic come del più grande fenomeno tra gli
scultori europei.
Quel padiglione nella grande Esposizione
Internazionale di Roma a
Valle Giulia, inaugurato solennemente il 22 aprile 1911 alla presenza del
Re Italiano, attirò l’attenzione di numerosi visitatori, anche se in
quelli degli altri paesi furono esposte opere di artisti allora famosi
come Rodin, Zuloag, Rjepin, Klimt, Stuck, ed altri.
L’Esposizione
di Mestrovic nel padiglione serbo comportò che tanti di coloro che
scrissero di questa e delle esposizioni successive alle quali partecipò,
lo considerassero serbo, soprattutto perché la Croazia, che allora non
esisteva neanche come uno stato, era poco conosciuta; ma egli sottolineò
diverse volte (non sempre proprio ad alta voce) la sua nazionalità croata
e considerava i serbi suoi fratelli – anche se in seguito lo delusero
molto. La prefazione del catalogo di quel padiglione fu scritta dallo
scrittore croato Ivo Vojnovic.
Purtroppo,
anche gli scrittori italiani spesso interpretarono le sculture di
Mestrovic all’Esposizione Romana, in primo luogo, come l’espressione
politica di un popolo che aspirava alla libertà.
“Visitate
il padiglione serbo, quel miracolo dell’Esposizione Romana e inchinatevi
al genio di Ivan Mestrovic. Il popolo che ha fatto nascere un tale artista
non può essere distrutto; guai a chi oserà allungare la mano
sull’indipendenza di questo popolo”, scriveva un giornale romano. E un
famoso storico d’arte austriaco Jozef Strzygowski commentava preoccupato:
“Saremmo
nei guai se i connazionali di Mestrovic lo capissero e se nel segno della
sua arte si unissero.”
Il
lucido A. G. Matos fu più realista, ma anche più lungimirante, nel
lodare e criticare l’opera di Mestrovic:
“Ho già scritto spesso di questa arte (l’arte di Mestrovic). E’
grande, ma per quanto io apprezzi Mestrovic come artista e lo ami come
amico e come uomo, così tanto mi duole, mi duole profondamente, il suo
sottacere le sue origini croate”. Matos, a differenza di Mestrovic,
aveva precedentemente trascorso un lungo periodo in Serbia e conosceva
meglio la politica belgradese.
La
scrittrice italiana Sibilla Aleramo, tra gli altri, scriveva con
entusiasmo delle sculture di Mestrovic all’Esposizione su Il
Corriere della Sera :
“…
Ivan Mestrovic, scopritore, ispiratore, maestro… Egli ha in se stesso,
nelle circostanze del suo animo, questo stile dello spirito arcaico, il
quale veramente, più di qualsiasi altro, corrisponde al suo tipo di razza,
semplice, rude e concentrato… Ma allo stesso tempo, oltre alla gloria di
precursore, Ivan Mestrovic ha anche raggiunto la gloria dell’artista più
grande: accanto al ciclo di sculture, per il quale si può dire che è di
ispirazione strettamente patriottica, fiorisce liberamente una serie di
opere in cui la forma umana si mostra nei simboli di dolore e di gioia
universale, ed alcune di queste opere sono dei veri capolavori…”
Il
più famoso scultore italiano di quel periodo, Leonardo Bistolfi, che dopo
questa esposizione divenne un caro amico di Meštrović, si entusiasmò
davanti alla monumentale statua equestre di Marko
Kraljević:
“Superbo! … E’ una cosa nuova, superba!”
Allo
stesso modo il critico d’arte Renzo Lanza, in un numero de La
Vita:
“Finalmente ecco un grande artista, perfetto, colossale, Ivan Meštrović.
In lui troverai tutte le virtù e i difetti di un genio…”
Così
si espresse il drammaturgo e critico d’arte Guelfo Civinini su Il
Corriere della Sera
:
“Ivan
Mestrovic è quello splendido e fino ad ora sconosciuto scultore che si
impone improvvisamente, per affermarsi tra i più grandi artisti del
nostro tempo…”
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Il
noto giornalista italiano Silvio Benco scriveva tra le altre lodi, nel
triestino Il
Piccolo della Sera:
“…
Mestrovic è l’unico nuovo artista, un gigante, che è stato scoperto
proprio da questa grande Esposizione Romana…”
E
il critico d’arte Alfredo Melani nella rivista Veritas
:
“L’Internazionale
di Roma si ricorderà di Ivan Mestrovic come l’ultima Internazionale di
Venezia si ricorda di Gustav Klimt…”
Il
critico dell’arte Renzo Larco criticò l’Esposizione Romana come
mediocre, persino fatta male, tranne per le opere di pochi espositori come
Medardo Rosso, Gustav Vigeland e Auguste Rodin, ma rivolse un’attenzione
speciale alla scultura di Mestrovic:
“Per
quanti difetti alcuni volessero trovare in Ivan Mestrovic, egli comunque
rimane, senza paragoni, il più grande artista di questa Esposizione
Mondiale di Roma…”.
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Proprio
a questa esposizione, che attirò l’attenzione generale, sia con lodi
che con critiche, Mestrovic incontrò i suoi migliori amici italiani:
Bistolfi, Martini, Soffici, mentre il poeta futurista italiano e storico
d’arte Filippo Tommaso Marinetti, vedendo nella scultura di Mestrovic la
nuova arte rivoluzionaria che egli stesso propagandava nei suoi manifesti
artistici, la difendeva dalle critiche del circolo estetico di Benedetto
Croce, che vedeva in quelle opere un’arte barbarica.
Le
sculture di Mestrovic furono criticate anche dallo storico e sociologo
crociano, Guglielmo Ferrero, come un’invasione barbarica contro la
millenaria civiltà e cultura europea, ma dopo qualche anno divenne anche
lui un ammiratore entusiasta dell’arte di Mestrovic.
Ai
giorni dell’Esposizione Romana del 1911 risale anche la duratura e
affettuosa amicizia tra Mestrovic e lo scrittore Giovanni Papini,
entusiasta delle sue sculture.
“Per
noi era” raccontava Papini a Bogdan Radica, “come se fosse nato un
nuovo Michelangelo”.
In
quel periodo Papini criticava l’estetismo filosofico di Croce e quello
letterario di D’Annunzio, e nelle sculture di Mestrovic, impegnate e
allo stesso tempo umane, trovò appoggio alle proprie idee.
Giovanni
Papini, reagendo alle critiche posteriori su Mestrovic, particolarmente a
quelle di Krleza, molto sorpreso disse a Bogdan Radica (ovviamente
pensando agli jugoslavi e non conoscendo il patrimonio culturale croato):
“Se non fosse stato per Mestrovic, nessuno avrebbe saputo di voi barbari!
Un popolo vale soltanto in quanto dà il proprio tributo allo spirito. Voi
fino ad ora, tranne per alcuni canti popolari, non avete dato niente
all’umanità. Mestrovic ha segnato la vostra entrata nella civiltà!
La
stampa austriaca e ungherese ha, per ovvi motivi politici, ignorato o
criticato l’Esposizione Romana e le opere patriottiche di Mestrovic;
eppure Arthur Rssler gli dedicò comunque un intero numero di una rivista
d’arte Bildende
Künstler,
mentre lo storico viennese d’arte Josef
Strzygowski sottolineò, in una sua conferenza che allora tenne a
Vienna, che Mestrovic, più di tutti gli altri scultori contemporanei, si
era avvicinato a Michelangelo per lo stile e la forza d’espressione.
E
il critico francese R. de Nolva scrisse da Roma: “Se l’Esposizione
Romana del 1911 non avesse avuto altro merito tranne quello di averci
fatto conoscere le opere e il
nome di Ivan Mestrovic, essa avrebbe trovato comunque in questo la sua
giustificazione… Mai un esempio più bello della prodigiosa forza del
genio, che porta l’uomo fuori dall’ombra fino alla luce più piena, è
stato fornito come quello della carriera di Ivan Mestrovic…”.
Anche
il famoso scrittore belga Ėmile
Verhaeren chiamò in quell’occasione Ivan Mestrovic “una figura
dominante nella storia dell’arte”. Ed il critico d’arte britannico
James Bone, che anche in seguito scriverà spesso di Mestrovic, ricordava
in occasione della grande esposizione di Mestrovic a Londra del 1915:
“Il
genio di Ivan Mestrovic è un fenomeno scoppiato in Europa
nell’Esposizione Internazionale a Roma del 1911…”
Anche
Maksim Gorki, che allora si trovava in Italia, conobbe le sculture di
Mestrovic nell’Esposizione Romana del 1911 e scrisse a S.M. Prohov: “
Io personalmente trovo l’Esposizione Romana molto interessante, mi
trasmette molto … Così anche lo
scultore meravigliosamente serbo (!) - Mestrovic…”
Non
citeremo in questa sede le numerose recensioni croate e serbe delle opere
di Mestrovic, poiché erano, per la maggior parte, o euforiche ed
elogiative o critiche per motivi politici ed ideologici.
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Il
successo materiale delle opere di Mestrovic nell’Esposizione Romana non
fu seguito dal successo morale, ma Meštrović non volle privarsi
delle sculture dedicate all’ideato
Tempio di
Vidovdan. Il Re
italiano acquistò la scultura Il
Pastore per il
suo Palazzo Reale, la Galleria Moderna di Belle Arti la scultura della Vecchia
e il governo serbo Ricordo.
Lo
stesso Mestrovic regalò al popolo italiano, in segno di gratitudine per
l’accoglienza e i riconoscimenti, la scultura Sergio
dal Cattivo Sguardo
All’Esposizione
Internazionale Romana Ivan Mestrovic vinse il primo premio per la scultura
e Gustav Klimt per la pittura.
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Nel
1911 Ivan Mestrovic viveva e lavorava a Roma. Oltre all’Esposizione
Romana partecipò nel 1910 e nel 1911 anche all’Esposizione
Internazionale di Torino. Da Roma partì per Belgrado, dove gli fu
commissionata la realizzazione della monumentale fontana in ricordo
della vittoria contro i Turchi nella guerra balcanica.
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Talvolta
si recava a Parigi o nel suo paese natio, ma fino al 1915 ebbe il suo
appartamento e studio a Roma.
Lì, nel 1913 completò il grande modello in legno per Il Tempio
di Vidovdan, con il quale si conclude il suo interesse per quel progetto,
ma anche per quell’idea in generale.
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Anche
se il governo serbo ha comprato tutte le sculture di Mestrovic dedicate
al Tempio di Vidovdan, la mutata situazione postbellica non ha permesso
all’artista né di realizzare quest’idea monumentale né di ricevere
il pagamento pattuito per le sue opere, rimaste fino ad oggi nel Museo
Popolare di Belgrado.
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Nel
1913 Mestrovic partecipò alla Prima
Esposizione della Secessione Romana
anche
come membro della commissione della mostra, dove esposero, tra gli altri,
Auguste Rodin, Antoine Bourdelle e Paul Trubetzkoj. Era inoltre membro del
comitato organizzativo della Secessione
Romana,
presieduto dal pittore futurista Giacomo Balla. La corrispondenza tra il
comitato direttivo della Secessione e Meštrović sono
conservati nell' Atelier
Mestrovic a
Zagabria.
Nel
periodo che va dal 1911 al 1915, Ivan e Ruza Mestrovic partecipavano alla
vita sociale e culturale romana, a differenza del precedente soggiorno a
Parigi, dove lo scultore, non usciva quasi mai dall’atelier,
preso dalla realizzazione delle sue sculture eroiche. In quel
periodo viveva a Roma anche Auguste Rodin, con il quale Mestrovic continuò
l’amicizia, e di cui fece anche due ritratti.
Lo
stesso Mestrovic ha trascritto dettagliatamente i suoi incontri e colloqui
con Rodin a Parigi e a Roma, ed anche le lettere romane di quel periodo
sono conservate. L’amicizia romana più intima era quella che legava
Mestrovic alla nota famiglia Signorelli e durò per tutta la sua vita.
Nella casa romana dei Signorelli si riuniva, prima, durante e dopo la
guerra, l’élite composta non soltanto da famosi politici, letterati,
giornalisti, pittori, scultori e musicisti italiani, ma anche stranieri, i
quali in quei movimentati anni erano numerosi a Roma. Un importante ruolo
non solo come
padrona di casa, ma anche come promotrice di quel circolo, ebbe la
dottoressa, scrittrice e traduttrice Olga Signorelli, nata a Resnievic in
Lituania. Era la moglie di Angelo Signorelli, un famoso medico romano,
collezionista ed amico di molti artisti, proprietario di una delle più
prestigiose collezioni artistiche e numismatiche italiane in quel periodo.
Olga Signorelli era anche amica dell’attrice Eleonora Duse, sulla quale
scrisse un libro pubblicato in Croazia in traduzione nel 1945. Ha anche
scritto i suoi ricordi di Rodin e del suo lavoro sul ritratto del papa
Benedetto XV. Intrattenne anche una lunga corrispondenza con Giovanni
Papini. Di questo circolo artistico faceva parte il poeta maledetto croato
Vladimir Cerina, anche lui amico di Papini, che finì tragicamente la sua
vita come squilibrato mentale. Olga Signorelli portò avanti la sua
corrispondenza con Mestrovic, anche dopo la sua partenza da Roma, e la
famiglia Signorelli possiede tuttora un gran numero di sculture, quadri e
disegni da lui realizzati allora a Roma.
Nell’estate
del 1913 Ivan e Ruza soggiornavano a Fiuggi per la sua convalescenza. Dopo
l’Esposizione Romana del 1911, Mestrovic frequentò a Roma anche gli
scultori spagnoli Ignazio Zuloag e Hermenegildo Anglade, artisti allora
molto stimati. Ed in modo particolare instaurò un’amicizia duratura con
Leonardo Bistolfi, il più eminente scultore secessionista italiano.
Bistolfi gli faceva spesso visita nel suo atelier romano. Nella rivista
L’Eroica,
interamente dedicata a Mestrovic, Bistolfi pubblicò un lungo saggio, Il
sogno di pietra,
in cui analizzava le sue sculture. Anche lo stesso editore Cozzani
scrisse di Mestrovic in quel volume. Dell’amicizia tra Mestrovic e
Bistolfi ne è testimonianza la loro ricca corrispondenza.
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L’amicizia
di Bistolfi divenne particolarmente importante all’inizio della guerra,
quando i Mestrovic si trovarono in difficoltà in quanto emigranti e
nemici politici del regime austroungherese, ed egli offrì loro ospitalità
e protezione:
“Amico
mio,” scriveva Bistolfi da Torino il 9 luglio 1914 a Mestrovic,
“vieni! I nostri cuori e la nostra casa ti aspettano… Possiamo
offrirti soltanto una piccola e umile stanza, però spero che ci potrai
dormire tranquillamente … Ho pensato tanto a te in questi giorni, ma non
potevo immaginare che dovessi scappare dal tuo paese! Ti abbraccio insieme
ai miei. Tuo Leonardo.”
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Anche
la scrittrice Sibilla Aleramo
era un’amica di Mestrovic a Roma. Nella rivista Lettura
pubblicò nel
1911 un dettagliato e ispirato saggio sulle sculture di
Mestrovic all’Esposizione Romana. Si incontrarono in casa dello
scultore Giovanni Prini, frequentata anche dal giovane letterato
Vincenzo Cardarelli, al tempo ancora un giornalista.
Nel
periodo dell’Esposizione, Mestrovic conobbe anche il giornalista
Giuseppe Prezzolini, che nei suoi articoli contribuì alla formazione
dell’idea nazionale dei popoli jugoslavi. Quando i due si incontrarono
in America, dopo la seconda guerra mondiale, entrambi esiliati politici
presero coscienza, disse il loro amico giornalista Bogdan Radica, “ di
come il mondo stesse precipitando negli abissi, condizione che i due non
si sarebbero mai aspettati né avrebbero previsto di vivere in quegli
anni eroici.”
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Ho
già menzionato l’entusiasmo di Maksin Gorki per le sculture di
Mestrovic all’Esposizione Romana. Quando Bogdan Radica, nel 1927, gli
fece visita a Sorrento, vicino Napoli, dove egli era in convalescenza,
scrisse: “Tutto ciò che egli sapeva di noi e gli interessava era Ivan
Mestrovic e il suo Tempio di Vidovdan… In Mestrovic egli vedeva
il più grande artista che
il mondo slavo avesse dato all’arte.
Il
secondo nome che egli teneva in considerazione era quello di Miroslav
Krleza, che stimava e considerava un grande narratore e poeta.
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Evitava
di parlare di politica, sia essa italiana, russa o europea. Ritornava
spesso sulle opere di Mestrovic, su Marko
Kraljevic, su Sergio
dal Cattivo Sguardo,
sui suoi soldati e le loro vedove, i quali gli rimasero vivi nella
memoria fin dall’Esposizione Romana.”
Secondo
uno scritto non ufficiale, Maksim Gorki disse: “Accanto a Tolstoj,
Mestrovic è il più grande genio che il mondo slavo abbia dato.” E
Gorki ben conosceva l’arte europea contemporanea, perché nel suo
appartamento di Pietroburgo
possedeva una collezione dei quadri di Rodin, Rjepin, Troubetzskoj, ed
altri, e durante la visita del letterato croato Josip Kosor,
parlava con lui di pittura, scultura, musica ed architettura.
Nel
1913 e 1914 Ivan Mestrovic e Ruza abitavano a Roma in una pensione di
via Gregoriana 12, e nel dicembre del 1914 in via Palestro, mentre lo
studio era sempre in via Flaminia 122. Della stima di cui Mestrovic
godeva in Italia in quel periodo, ne è testimonianza anche la domanda
del Ministro della Pubblica Istruzione, nel 1913,
di fare il proprio autoritratto per la Galleria Reale di Firenze,
dove furono collocati i ritratti dei più famosi artisti viventi del
mondo. Tra gli altri artisti italiani con i quali Mestrovic si
frequentava a Roma o aveva corrispondenza, ci furono lo scultore Antonio
Maraini e il pittore Felice Carena, per il quale Mestrovic fece un
ritratto nel 1918 ad Articoli Corrado.
Dopo
aver esposto le sue opere alla Seconda Mostra Internazionale della
Secessione nel 1914 a Roma, in quello stesso anno Mestrovic si esibì
con una mostra quasi completamente individuale alla XI Biennale a
Venezia. Anche questa sua mostra, come quella Romana del 1911, attirò
l’attenzione del pubblico italiano, quello degli altri paesi e anche
il nostro (pubblico croato).
Sebbene
già nel 1907 avesse esposto le sue opere alla Biennale di Venezia, le
porte gli furono aperte dal successo dell’Esposizione Romana. Lì
espose anche ventinove sculture, per lo più nuove. L’aveva invitato
ad esibirsi l’organizzatore della mostra, critico d’arte e scrittore
Vittorio Pica, che da allora divenne anche un caro amico dei Mestrovic
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L’Esposizione
fu inaugurata dall’anziano principe di Savoia, Duca di Genova, il
quale si espresse così a proposito delle opere di Mestrovic - che gli
fu presentato in quell’occasione – “i bronzi di Mestrovic attirano
attenzione con la loro forza e invitano alla discussione.” A questa
mostra un’attenzione particolare fu suscitata dal grande modello del Tempio
di Vidovdan, esposto per la prima volta sotto la cupola della sala
centrale.
Nel
catalogo della mostra veneziana, Mario Lago scrisse, tra l’altro,
delle opere di Mestrovic:
“La
sua arte è sorprendente, ma sorprende ancora di più la diversità
delle sue opere… Davanti al popolo di statue che ha scolpito rimaniamo
sbalorditi. Si direbbe che lui crei istintivamente, senza pensare, nella
geniale sollecitudine. Nessuna delle opere dimostra infatti
l’indecisione, il dubbio, lo squilibrio. Mai nessun artista lo ha
sorpassato nella sicurezza e nell’unità del pensiero e
dell’esecuzione.”
Ettore
Cozzani espresse il suo entusiasmo dopo l’incontro con le sculture di
Mestrovic alla Biennale di Venezia nella sua lettera allo scultore:
“…
sono arrivato a Venezia conoscendo solamente un po’ indirettamente la
sua arte, come espressione di uno spirito grande, orgoglioso, forte.
.
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Quello
che ho visto alla mostra nei Giardini mi ha profondamente colpito; ho
vagato per di cinque giorni senza speranza intorno alle sue sculture,
con il cuore contratto e l’anima confusa ed infiammata dall’emozione.”
Fu allora che decise di dedicare un volume della sua rivista L’Eroica
all’arte di
Mestrovic. |

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A
differenza di molti visitatori che erano entusiasti delle sculture di
Mestrovic alla Biennale di Venezia, Miroslav
Krleza, per il quale questo era il primo incontro più completo
con queste opere, assunse un atteggiamento avverso nei loro confronti,
prendendo in considerazione in primo luogo le sculture del ciclo Kosovo,
benché a quella mostra ce ne fossero state solo alcune. Trovava
ripugnante il modello e l’idea del Tempio
di Vidovdan
in generale:
“Nell’anno
1914 ho visitato la Biennale di Venezia” raccontava dopo Krleza, “e
lì ho visto il modello del Tempio di Vidovdan, e a me non è piaciuto.
E’ sceso un morlacco da Zagora, ha visto chiese impressionanti a
Spalato, ha visto le cariatidi che lo hanno colpito e quella prima
visione della forma e del modo di esprimersi è rimasto un peso per
tutta la sua vita”
Ad allora risale l’avversione di Krleza nei confronti di Mestrovic e
la sua sbagliata identificazione di tutto il sessantennale lavoro di
Mestrovic con le sculture del Tempio di Vidovdan, create secondo lui
sotto “la diretta influenza della Secessione Viennese di Metzner”,
nonostante questa fase sia durata solo alcuni anni prima della guerra.
La
scultura di Mestrovic alla Biennale di Venezia provocò un altro
scandalo di cui si parlò e si scrisse molto. Il famoso scrittore e
critico italiano Ugo Ojetti aveva pubblicato che Mestrovic con la sua
scultura Sergio
dal Cattivo Sguardo
imitava L’Ercole
di
Bourdelle. Mestrovic si sentiva offeso perché la sua scultura era stata
creata prima di quella di Bourdelle. La controversia con Ojetti fu
appianata dagli amici di Mestrovic: il pittore Anglade e lo sculture
Bistolfi. Da Venezia Mestrovic si recò a Roma e mandò le sculture del
ciclo di Kosovo a Spalato, dove aveva intenzione di preparare una
grande mostra con le sue opere. Della mostra si occupò il pittore
Emanuel Vidovic, insieme agli altri membri del circolo artistico Medulic
.
Però
il 28 luglio del 1919 scoppiò la guerra e la mostra
a Spalato non fu organizzata. Mestrovic emigrò in Italia per non
essere imprigionato, così come gli
altri personaggi noti di Spalato. Una parte delle sculture venne
nascosta dai suoi amici per evitare la loro distruzione da parte delle
autorità austriache, e lui riuscì a riportarne alcune in Italia, dove
i Mestrovic si sistemarono di nuovo a Roma, mentre il comando
dell’esercito austriaco lo stava cercando come disertore.
Gli
anni di guerra, dal 1914 al 1918, furono per Mestrovic gli anni dei
vagabondaggi, da Venezia a Roma, fino
a Londra, Parigi, Svizzera, Cannes e di nuovo Londra, Parigi
e Roma; questi sono anche gli anni della sua attività politica
nell’ambito del Comitato Jugoslavo. Sebbene non sia stato un uomo
politico, con la stima internazionale di cui godeva, contribuì molto
alla propensione degli alleati per la formazione di un libero stato
jugoslavo.
A
Roma aveva un appartamento in via Palestro, dove si incontrava con i
suoi vecchi amici.
“Mentre
lavoro penso spesso alle ore intime e care trascorse con voi nella
vostra piccola e ospitale casa…” gli scriveva poco dopo Leonardo
Bistolfi da La Loggia.
Per
un periodo visse anche a Firenze in compagnia dei pittori e scrittori
riuniti intorno alla rivista Lacerba
: Carrà, Giacometti ed altri. A Roma Ivan e Ruza Mestrovic continuavano
ad essere gli ospiti più illustri della famiglia Signorelli, nel
circolo dei noti intellettuali romani di quella casa.
I
Mestrovic trascorsero l’estate del 1915 nel vicino Olevano. In
quell’anno Mestrovic frequentò nuovamente Rodin, che era venuto a
Roma per fare il ritratto del Papa, ed era un’ospite gradito nel
salone dei Signorelli, soprattutto nei concerti dei famosi musicisti
romani, tra i quali vi era il pianista Nicola Janigro, padre del noto
violoncellista Antonio Janigro. Fu allora che Mestrovic fece il famoso
ritratto di Rodin, il quale gli faceva visite nel suo studio romano,
dove parlava con lui di arte. In seguito Rodin fu membro onorario del
comitato organizzativo della grande mostra di Mestrovic a Londra nel
1915. Nel novembre del 1917 Rodin morì, avvilito soprattutto dalla
distruzione avvenuta durante la guerra di tutto quello che più stimava
nella vita.
Dall’inizio
della guerra, Mestrovic viveva a Roma separato dalla moglie Ruža. Fu
allora che iniziò la sua relazione con la ceca Ruzena Zatkova, moglie
del diplomatico del coro russo dello zar Vasilij Hvoscinski. Mestrovic
descrisse questo amore che durò fino alla morte prematura di Ruzena,
nel suo romanzo “Il
Fuoco e Le Ceneri”.
Roma e i suoi dintorni, e soprattutto lo studio dell’artista, furono
il palcoscenico di quell’amore inconsueto.
Nel
maggio del 1915 Mestrovic lasciò Roma e si recò a Parigi. Le ragioni
di questa partenza furono in primo luogo politiche, perché gli italiani
che nel 1915 si erano uniti con gli alleati, lo guardavano con sospetto
poiché era cittadino austriaco, così lui, insieme al Comitato
Jugoslavo, si trasferì a Londra. Nel 1915, a Londra, venne allestita la
grande mostra di Mestrovic al Victoria and Albert Museum, che suscitò
la stessa reazione di quella romana del 1911. La scultura di Mestrovic
diventò in
quell’anno tema centrale di conversazioni, lodi e critiche nei circoli
artistici britannici.
Nello
stesso anno Ivan e Ruza continuarono i loro vagabondaggi per l’Europa,
non potendo fermarsi più a lungo in nessuna città.
Continuò
la corrispondenza con i suoi amici italiani: con Olga Signorelli,
Vittorio Pica, con il pittore e scultore Ferruccio Ferruzzi ed altri.
Vissero per un periodo piuttosto lungo in Svizzera , e poi trascorsero
l’estate e l’autunno del 1916 a
Cannes per motivi di salute. Si recò spesso a Parigi, specialmente in
missioni politiche, come membro del Comitato Jugoslavo.
Nella
primavera del 1918 Ivan e Ruza Mestrovic partirono da Cannes per
stabilirsi di nuovo a Roma, in via Giulio Cesare. Durante la guerra,
collaborando con il comitato Jugoslavo fu deluso dalle pretese serbe nel
futuro stato, e specialmente dalla politica della grande Serbia del
Ministro Pasic, Mestrovic si
ritirò quasi completamente dalla vita politica dedicandosi al suo
lavoro di scultore.
“Non
essendo capace di svolgere nessuna delle attività delle quali il
Comitato adesso si occupa, ho quindi affittato uno studio, mi sono
ritirato e ho incominciato a lavorare”, scrisse da Roma al fratello
Petar a Edinburgo. Divideva lo studio con il pittore Tartaglia.
Quell’estate, per riposo e convalescenza, andò a Olevano Romano, un
paesino vicino Roma, dove artisti italiani e stranieri gli fecero visita;
in quel periodo vi soggiornavano anche i Signorelli. Insieme scrissero
la lettera all’amico Giovanni Papini:
“Mestrovic
vi manda tanti saluti”, scriveva Olga Signorelli a Papini che si
trovava a Firenze. “E’ uno scultore, e perciò è pigro per scrivere;
comunque, insieme a Ruza, spesso si ricorda di Lei con grande simpatia…”
In
questa corrispondenza con Papini si menzionava anche il loro comune
giovane amico spalatino, Vladimir Cerina, il quale dimostrava sempre di
più i segni del suo squilibrio mentale.
Si
era, tra l’altro, follemente innamorato di un’attrice italiana
allora famosa, Francesca Bettini. Gli amici gli avevano persino
organizzato un incontro con lei. Sia Papini che Mestrovic e i Signorelli
si occupavano di lui, ma per lui non c’era nessuna speranza e morì più
tardi in un ospedale per malati di mente a Sibenik.
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Da
Olevano Romano, Mestrovic si recò alla vicina Anticoli Corrado per
visitare l’amico scultore Felice Carena, fermandosi da lui come ospite
per una decina di giorni, realizzò allora
il suo mezzobusto che ancora oggi si trova nel piccolo museo
locale, accanto alle opere di altri famosi artisti italiani.
Nel
1979, si è tenuto a Olevano Romano, nell’edificio dell’Accademia
Berlinese, un convegno dedicato al soggiorno del pittore tedesco Anton
Raphael Mengs e dello scultore croato Ivan Mestrovic in quella
pittoresca cittadina, e nel 1984 si tenne a Roma il convegno dal titolo Un
paese immaginario: Anticoli Corrado
al quale
si parlò dei numerosi artisti europei che trovarono ispirazione per le
loro opere in quell’ambiente suggestivo, uno dei quali era anche
Mestrovic |
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Dopo
il suo ritorno da Olevano Romano a Roma, Mestrovic aspettò lì la fine
della guerra, il 17 novembre del 1918. Subito dopo la guerra i rapporti
politici tra l’Italia e l’appena costituito Regno dei Serbi, Croati
e Sloveni divennero più tesi. L’Italia, in base al segreto accordo di
Rapallo, che aveva stipulato con gli alleati prima di passare dalla loro
parte, aveva chiesto la maggior parte della Dalmazia. I Serbi erano
pronti ad accontentarla, e nemmeno gli stessi politici croati,
provenienti dalla parte nord del paese, erano abbastanza fermi nel
rifiutare quelle condizioni.
Con
l’appoggio del presidente americano Wilson e soprattutto con i tenaci
sforzi diplomatici di Ante Trumbic e i suoi collaboratori dalmati, il
nuovo stato SHS è riuscito a conservare la maggior parte della costa
adriatica orientale, con alcune concessioni all’Italia (Istria, Rijeka,
Zadar ed alcune isole). Da allora ebbe inizio l’antagonismo politico
dei due paesi vicini, soprattutto tra i nazionalisti jugoslavi e gli
irredentisti italiani, i quali non erano contenti di quello che avevano
ottenuto in Dalmazia. Dopo l’occupazione di Rijeka da parte di
D’Annunzio, c’era il pericolo dell’aggressione di una parte
dell’esercito italiano in Dalmazia, e così anche Mestrovic partecipò
alla creazione di piani segreti della resistenza armata in caso ciò
succedesse. Nonostante ciò, Mestrovic continuò a coltivare amicizie
corrispondendo con i suoi amici italiani.
Dopo
la guerra Mestrovic realizzò numerose opere ed espose a mostre d’arte
in Jugoslava e a Parigi; successivamente si ritirò a Dubrovnik, e
costruì il mausoleo della famiglia Racic a Cavtat. Profondamente deluso
dalla politica serba, rifiutò le proposte di stabilirsi nella capitale
di Belgrado, e comprò invece una vecchia casa nel
centro storico di Zagabria, vicino alla quale costruì
uno studio.
Da
federalista jugoslavo d’un tempo, divenne il promotore dei diritti dei
croati nello stato comune jugoslavo; ciò si è riflettuto anche nei
motivi delle sue sculture e monumenti pubblici. Inoltre si dedicò alle
elaborazioni di temi biblici, soprattutto di Gesù e della Madonna, ma
anche di quelli musicali come allegoria dell’armonia desiderata da
tutta l’umanità. Seguirono le sue numerose mostre in patria e
all’estero, in Europa e in America. Qualche volta andava a Carrara,
per sorvegliare la lavorazione delle sue sculture in marmo e per dare
loro “l’ultimo tocco”.
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Nel
1926 partecipò alla XVI Biennale di Venezia, dove furono notate le sue
opere di ispirazione religiosa. Il critico d’arte francese Clement
Morro scrisse, tra l’altro, anche delle opere di Mestrovic nel mensile
parigino La
Revue Moderne illustrèe des Arts et de la Vie:
“…Le
figure di San
Francesco, Maddalena,
Arcangelo
Gabriele, le
sculture del gruppo della Madonna con il Gesù
modellate vigorosamente, così espressive nel loro stile originale, così
generosamente concepite con un’emozione pura, basterebbero a
determinare un grande artista, se Ivan Mestrovic, scultore delle
montagne, non si fosse imposto con la sua forza e la sua produttività
all’ammirazione di tutto il mondo.”
Della
mostra veneziana e della presenza di Mestrovic in essa scrisse anche Ugo
Nebbia nel libro dedicato a quella Biennale.
Nel
maggio del 1927 Mestrovic espose le sue opere grafiche alla Seconda
Esposizione Internazionale di grafica a Firenze.
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Nel
1930 lo storico dell’arte Pericle Ducati e gli irredentisti dalmati
criticarono la collocazione dell’enorme scultura
di Mestrovic rappresentante il vescovo croato Grgur
Ninski nel peristilio
del palazzo di Diocleziano a Spalato.
La
cornice architettonica del peristilio tardo-antico era conforme alla
scultura monumentale, ma questa, con le sue dimensioni enormi, degradava
quell’ambiente unico.
L’archeologo spalatino don Frane Bulic protestò contro il
collocamento del monumento in quel luogo, ma le ragioni patriottiche
prevalsero. Anche lo scrittore italiano Ugo Ojetti ne criticò la
posizione nella rivista artistica Dedalo
.
Nel 1928 Ivan Mestrovic trascorse le vacanze estive a Opatija, che in
quel periodo era italiana e dopo, tormentato dai calcoli ai reni, andò
nel sanatorio di Fiuggi, vicino Roma, nel quale si era curato anche in
precedenza. Fece un viaggio a Roma, durante il quale visitò i Musei
vaticani ed altri musei. A Roma voleva fare il ritratto del papa, ma non
poteva accordarsi per questo in nessun modo. Lì venne a conoscenza che
la polizia belgradese lo stava sorvegliando come oppositore alla
dittatura in patria. In precedenza aveva visitato Carrara per
sorvegliare la scalpellatura della scultura . |
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A
Venezia Mestrovic si esibì di nuovo alla XX Biennale, nel nuovo
padiglione jugoslavo, accanto agli altri colleghi suoi connazionali, ma
le sue opere non furono in quell’occasione notate in modo particolare.
Con
l’ascesa del fascismo in Italia, i rapporti politici tra l’Italia e
la Jugoslavia deteriorarono. Una dichiarazione di Mussolini del 1932,
circa l’annessione della Dalmazia, provocò la reazione di scrittori,
artisti e scienziati e la pubblicazione del testo La
Questione Adriatica .
L’autore della Risposta
al Signor Mussolini nella
Nuova
Europa
zagabrese era Ivan Meštrović. Sulla stessa venne pubblicata la
traduzione dell’articolo di Benedetto Croce Della
Libertà ,
trascritto dalla rivista america Foreign
Affairs .
L’articolo di Mestrovic fu attaccato dal giornalista zaratino
irredentista Oskar Randi nella rivista La
Vita Italiana
, accusando i membri di quel gruppo di essere massoni.
Alla
riunione del PEN-klub
nel 1932 a Budapest, alla quale era presente anche Mestrovic, venne
condannata la politica fascista in Italia ed in Germania. Questo fu in
particolar modo sottolineato alla riunione successiva tenutasi nel 1933
a Dubrovnik.
Quando,
nel 1938 le aspirazioni fasciste in Dalmazia divennero palesi, Mestrovic
scrisse la prefazione alla monografia Il Nostro Adriatico
intitolato Teniamo la guardia. “Come popolo del Mediterraneo e
del suo mare, noi croati, attraverso più di dodici secoli, teniamo la
guardia al nostro Adriatico, l’onore del Mar Mediterraneo. Teniamo la
guardia nonostante le calamità naturali causateci dalle nostre montagne
e dirupi, come anche contro le avversità storiche, perché occupiamo i
luoghi di passaggio di correnti e aspirazioni politiche e culturali
straniere”.
“Chiunque
ci venga”, finiva Mestrovic il suo messaggio d’allarme, “lo
accoglieremo volentieri come amico, fratello, ma nessuno come padrone.”
Ivan
Mestrovic negli anni Trenta stava costruendo il suo palazzo a Spalato, a
Meje, volendoci vivere, creare e trascorrere i suoi anni maturi in pace,
nell’ambiente mediterraneo che da sempre, visto che era dalmata, lo
attirava. La casa fu finita proprio prima della guerra, ma non era suo
destino trascorrervi più di un anno.
Nel
1941 scoppiò la guerra anche in Jugoslavia. L’esercito italiano entrò
a Spalato, prendendo il potere ed il governo. Mestrovic, come avversario
del fascismo, era nella lista dei più noti cittadini che poco dopo
sarebbero stati mandati nei campi di concentramento. Gli italiani non
dimenticarono il suo ruolo nel disfacimento dell’accordo di Rapallo,
quando l’Italia non era riuscita ad avere tutta la Dalmazia.
Inoltre
Mestrovic era malvisto da Mussolini, perché all’epoca in cui
Mussolini era giornalista respinse il suo invito a fargli visita, e per
questo dovette abbandonare l’Italia.
Alcuni
ufficiali italiani avvertirono in segreto Mestrovic del pericolo che
incombeva su di lui, gli trasmisero il messaggio di Giovanni Papini, e,
a quanto si dice, anche di Papa Pio XII, di allontanarsi da Spalato e
dalla Dalmazia occupata. Perciò Mestrovic andò a Zagabria, invitato
dallo scrittore croato e in quel periodo ministro ustascia Mile Budak,
anche se egli, essendo democratico, e perfino francofilo ed anglofilo,
non approvava il regime degli ustascia.
Non
volendone promuovere l’ideologia e vedendo che per questo motivo anche
a Zagabria era in pericolo, aveva intenzione di emigrare in Svizzera, ma
fu anticipato ed imprigionato insieme all’amico pittore Jozo Kljakovic,
sotto accusa perché sospettato di essere un massone, spia degli alleati
e di aver avuto l’intenzione di fuggire. In prigione trascorse giorni
difficili da malato, aspettando l’esecuzione. Furono in molti allora
ad interessarsi della liberazione di Mestrovic, in patria e all’estero.
Se ne occupò soprattutto il suo amico italiano Giovanni Papini,
interessandosi presso le autorità statali ed ecclesiastiche per la sua
liberazione.
Per
la scarcerazione di Mestrovic intervenne anche come intermediario il
Vaticano ed alcuni alti militari tedeschi. Queste mediazioni diedero
risultato, e Mestrovic ritornò a casa, agli arresti domiciliari.
Allora
Mussolini, con la mediazione dell’emissario italiano a Zagabria,
Raffaello Casertano, invitò Mestrovic a Roma, dicendogli che gli aveva
procurato il passaporto, e avrebbe protetto lui e le sue opere a Spalato
dai “barbari”, facendogli
ricordare che si conoscevano personalmente. Mestrovic respinse
l’invito di entrare in Italia con passaporto italiano.
Poco
dopo, nel 1943, Mestrovic ebbe l’opportunità di partecipare alla
XXIII Biennale di Venezia, e di collocare da solo le sue opere tra
quelle degli altri artisti croati. In seguito doveva realizzare alcuni
bassorilievi precedentemente commissionati dal Collegio Pontificio
Croato di San Girolamo. Questa fu una buona ragione per emigrare e non
tornare più a Zagabria. A quanto pare la mediazione del Vaticano fu
fondamentale, ma anche quella dello scrittore e ministro ustascia Mile
Budak.
La
partecipazione di Mestrovic a quella Biennale, dall’impostazione
prettamente fascista, riscosse diversi giudizi nel mondo, ma per lo più
negativi; quello, però, fu per Mestrovic l’unico modo per salvarsi la
vita.
Inoltre
gli è stato rimproverato di aver condotto personalmente attraverso la
mostra croata il Re d’Italia, conosciuto in precedenza; ma non poté
rifiutare, specialmente quando Re Emanuele gli disse che aveva scritto
personalmente a Pavelic per richiedere la sua scarcerazione. Tra le
numerose recensioni della sezione croata alla Biennale si distingue
quella del poeta e critico d’arte italiano Libero de Libero, nella
pubblicazione Documento. Mise in rilievo Mestrovic come scultore
dai contenuti religiosi.
Miroslav
Krleza, poco favorevole a Mestrovic, commentava sarcasticamente la sua
mostra a Venezia.
“E’
successo che Ivan Mestrovic ha accompagnato alla XXIII Biennale di
Venezia Sua Maestà il Re d’Italia e Imperatore d’Etiopia, e questo
fu pubblicato nei giornali come una particolare vittoria della nostra
cultura nel mondo.”
La
stessa estate Mestrovic arrivò a Roma da Venezia e vi rimase fino
all’estate del 1943, quando si trasferì in Svizzera.
Appena
arrivato a Roma, il Duce gli rinnovò l’invito di andare a fargli
visita a Palazzo Venezia. Mestrovic rifiutò anche questa volta, ma
Mussolini, non riuscendo a crederci, cercò da lui una spiegazione
scritta. Mestrovic gli scrisse allora questo messaggio:
“Lei
capirà, Duce che non posso accettare il suo invito dopo che lei ha
annesso il mio paese!”
Dopo
un breve soggiorno all’Hotel Excelsior, Meštrović si stabilì
nell’Istituto di San Girolamo, e lì incominciò il suo lavoro ai
bassorilievi dei personaggi legati alla Dalmazia: San
Girolamo, Papa
Sisto V e Leone
XIII. Fece
anche visita al Papa, ringraziandolo per l’intervento nella sua
liberazione dalla prigionia.
Meštrović
amava Roma, il suo clima mediterraneo, la sua gente aperta e i suoi
monumenti d’arte; lì
aveva incontrato anche molti conoscenti ed amici.
Ma
la Roma della guerra, la Roma fascista, non era più quella di una volta,
confortevole, aperta e allegra. La carenza, la fame e la dittatura,
lasciarono traccia su tutta la società. Perciò Mestrovic si ritirò
nel suo provvisorio studio conventuale all’Istituto di San Girolamo.
Della vita di una volta a Roma, restavano solo gli incontri a casa
Signorelli, l’amicizia con Papini, ma anche l’avventura amorosa con
Ruzena Zatkova.
Dalle
lettere alla moglie Olga, che cercava di portare a Roma con i suoi figli,
veniamo a sapere, tra l’altro, che era in trattativa per allestire le
sue mostre a Roma e a Milano, ma, anche se gli erano state promesse, non
furono mai realizzate. Quell’estate, a causa dei suoi disturbi cronici,
andò a curarsi a Montecatini.
Sebbene
volesse portare tutta la famiglia a Roma, non poteva farlo perché senza
fondi, ed aveva inoltre paura che il suo palazzo a Spalato e le sculture
in esso presenti, finissero distrutte e portate via, se la famiglia le
avesse lasciate incustodite.
Da
Montecatini andò ad Assisi, dove era ospite dei francescani; lui stesso
fu nel terz’ordine francescano, grande ammiratore del Santo di Assisi
e tra questi frati minori si sentiva calmo e felice. “… Assisi si
trova in una bellissima parte d’Italia” -
scrisse alla moglie Olga - “dove la spiritualità non è
fuggita dalla natura, così come la natura non è rimasta estranea alla
spiritualità. Sono stato proprio bene in questi due giorni; ho
dimenticato tutto, tranne i bambini e te…”
Da
Assisi si recò a Perugia, dove si fermò due o tre giorni, e poi tornò
a Roma.
Nell’Istituto
di San Girolamo era molto amico del dotto francescano Dominik Mandic, il
quale nel loro economato generale gli assicurò anche un piccolo credito
per la sua vita e per il suo lavoro a Roma nel 1942 e 1943. Fu amico
anche di Frate Karlo Bralic.
Per
poter modellare e scolpire i bassorilievi per l’Istituto, affittò lo
studio di un pittore al Pincio, dove lavorava quotidianamente.
Comunicava poco con la gente, tranne con coloro che venivano a trovarlo
nello studio. Tra di loro vi erano i giovani scrittori croati Nizeteo,
Lendic e Cihlar. Lì fece amicizia con il dotto professore di
romanistica Krsto Spalatin, con il quale mantenne una corrispondenza
fino alla morte. Finalmente anche il suo amico e collaboratore Joza
Kljakovic riuscì a venire a Roma per eseguire i mosaici all’Istituto
di San Girolamo.
Oltre
ai connazionali, andavano a trovarlo anche gli artisti italiani che lo
conoscevano e stimavano, come Libero da Libero, Leonardo Sinisgalli,
Luigi Salvini ed altri. Tutti oppositori del regime fascista. Amici e
conoscenti lo informavano continuamente della situazione in patria e
della sua famiglia a Spalato. Approvò il matrimonio della figlia Marta
con il figlio del suo amico Mirko Seper, anche se lei non aveva ancora
finito il liceo.
Dalle
lettere che quasi quotidianamente inviava ad Olga, veniamo a sapere
della vita e del lavoro di Mestrovic a Roma.
Nell’autunno
del 1942, sua figlia Marta si sposò e
in seguito andò a vivere con suo marito nella casa di Mestrovic
a Zagabria, mentre la moglie Olga e i figli Marica e Mato gli fecero
visita a Roma. Dopo un breve soggiorno, Olga e Mato tornarono a Spalato,
e Marica, ancora ragazzina, rimase a Roma, dove venne iscritta
all’Istituto Femminile “Villa Pacis” a Monte Mario.
Mestrovic
fu invitato a tornare a Zagabria per assumere la carica di Rettore
dell’Accademia delle Belle Arti, ma decise di non tornarvi più.
Visitava la figlia Marica in convento e lei lo aiutava nel lavoro
domestico. Lo preoccupavano anche le cattive notizie di suo figlio
Tvrtko che, capriccioso e indisciplinato, aveva problemi con le autorità
italiane e dovette lasciare la scuola. L’arcivescovo Stepinac, amico
di vecchia data di Mestrovic gli consigliò di non tornare a Zagabria.
L’atelier
a Roma era umido e il riscaldamento quasi inesistente e Mestrovic
soffriva il freddo mentre lavorava. Prima di Natale andarono a fargli
visita Olga e Tvrtko. Perciò lasciò l’Istituto e si stabilì con la
famiglia nell’albergo Eden, in via Tomacelli, dove
soggiornarono fino alla partenza per la Svizzera nell’estate del 1943.
Nel palazzo a Meje rimase il suo amico Milan Curcin con la sua famiglia,
e nello studio di Spalato lavorava il suo migliore studente
e collaboratore, il giovane scultore Andrija Krstulovic, e perciò
poteva stare abbastanza tranquillo.
A
Roma incontrò anche l’arcivescovo Stepinac, che andò dal Papa per
lamentarsi dei crimini commessi dai fascisti tedeschi ed italiani, e
dagli ustascia croati. In
quel periodo Mestrovic fece il ritratto di Papa Pio XII.
Nell’estate
del 1943, poco prima del crollo del fascismo, dell’occupazione
tedesca e delle giornate difficili che avrebbe vissuto l’Italia,
Mestrovic capì che la sua vita e il lavoro in Italia, dove
viveva con la famiglia, non erano più sicuri: con l’intervento del
Vaticano riuscì ad avere il visto per la Svizzera, e dopo un breve
soggiorno a Gstaad, si stabilì a Losanna, dove trovò anche un piccolo
studio nel quale lavorò ai bassorilievi in legno sulla vita di Cristo.
Trascorsero le vacanze nella casa di campagna del piccolo villaggio
Villars. Nell’autunno del 1944, i Mestrovic si trasferirono a Ginevra,
ma lì lo scultore non aveva uno studio. Nel 1945, una grave malattia
alle vene delle gambe lo costrinse per lungo tempo a letto.
Nel
maggio del 1946 Mestrovic tornò di nuovo a Roma, ma, costretto a letto
a causa della sua lunga malattia, poteva solamente disegnare e scrivere
i suoi Colloqui
con Michelangelo.
Dopo
la fine della guerra Ivan Mestrovic non concordava con l’ideologia del
nuovo governo comunista nella sua patria.
Sperava
comunque di poter arrivare a qualche compromesso; cercò di persuadere
Macek di provare a negoziare con Tito, ma questo non gli riuscì perché
i comunisti non volevano dividere il potere con nessuno. Dopo aver
saputo dei crimini a Bleiburg, perse ogni speranza di poter convivere
con il comunismo in Jugoslavia e decise di non tornare in patria, anche
se lì aveva la sua casa e i suoi studi di Zagabria e di Spalato, e le
commesse dello stato promessegli da Tito nel caso fosse ritornato. Nella
seconda edizione delle sue memorie del 1969 a Zagabria, è stato escluso
il capitolo “ I Crimini dei Partigiani in Croazia”. Sua figlia Marta
fuggì con il marito dopo l’arrivo dei partigiani, e poco dopo morì
in America, in conseguenza della faticosa fuga affrontata. Il figlio
Tvrko rimase a Zagabria, però essendo di per sé confuso, e in più in
cattiva compagnia, finì tragicamente suicida*.La figlia Marica si sposò
e visse a Buenos Aires.
Anche
se era stanco della vita da profugo, Mestrovic comunque decise di non
tornare nella Jugoslavia di
Tito. L’Accademia Americana gli mise a disposizione uno studio al
Gianicolo, del quale fu molto contento, e così dopo essere guarito poté
creare
anche statue più complesse. Questo fu anche il risultato
dell’intervento della sua amica scultrice americana Malvine Hoffman,
che in seguito riuscì a farlo andare in America.
La
vita nella Roma del dopoguerra era diversa. Lo accolsero calorosamente i
Signorelli e i rimanenti amici romani. Olga restò in Svizzera con i
figli ancora per un po’, fino alla fine dell’anno scolastico, dopo
di che tutti lo raggiunsero.
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Anche
se in quell’occasione trascorse a Roma solo otto mesi, lavorò con
molto entusiasmo nel nuovo studio, e fece una decina di sculture, tra le
quali anche La
Pietà Romana,
ispirato dal nuovo incontro con le opere di Michelangelo.
L’aveva
iniziata nel 1942, prima della precedente partenza da Roma, e la terminò
in questo periodo nello studio del Gianicolo. Rifatta in marmo di
Carrara, venne in seguito esposta al Metropolitan Museum di New York e
finalmente collocata nella chiesa dell’Università Notre Dame in
America. Il modello in gesso sarà donato alla Galleria
Mestrovic di
Spalato e la copia in bronzo ai Musei Vaticani. Nel 1950 fece un grande
bassorilievo della Stigmatizzazione
di San Francesco per
la nuova chiesa francescana a Roma al Gelsomino. |
Sebbene
Mestrovic vivesse e lavorasse bene a Roma, le commesse nell’Italia
impoverita dalla guerra non c’erano, e lui aveva a suo carico non
solo la sua famiglia, ma anche i parenti a Otavice. Perciò accettò
l’invito di trasferirsi temporaneamente negli Stati Uniti, dove
l’Accademia Americana delle Scienze e delle Arti organizzò al Metropolitan
Museum una
sua mostra: era la prima volta che vi esponeva un’artista vivente.
Avendo
finito la grande Pietà in marmo e alcune grandi sculture per la
mostra a New York, nel gennaio del 1947 si recò in America, sebbene
questo nuovo mondo non lo avesse mai attratto.
Anche
se non intendeva stabilirsi definitivamente in America, volendosi
sistemare in qualche parte dell’Italia, paese più vicino alla sua
patria per clima e mentalità mediterranea della gente, accettò
l’invito di insegnare scultura all’Università di Syracuse, e poi
alla Notre Dame di South Bend, dove rimase fino alla sua morte nel
1962. Tornò per una breve visita in patria poco prima della morte,
nel 1959. Regalò al suo popolo la casa di Zagabria e il palazzo di
Spalato, con le sculture che vi sono dentro, così come il Mausoleo di
famiglia di Otavice. Nel 1984 tre sculture di Mestrovic sono state
mandate alla mostra Le
Arti a Vienna
,
tenutasi nel Palazzo Grassi a Venezia.
Anche
se nel catalogo fu riprodotto Marko
Kraljevic di
Mestrovic, le sculture arrivarono troppo tardi, e perciò furono
esposte in modo indecoroso all’entrata della mostra.
La
nuova generazione in Italia ha completamente dimenticato Mestrovic, in
passato così celebre e lodato. I nuovi storici d’arte,
propagandando l’avanguardia contemporanea, specialmente l’arte non
figurativa, non hanno introdotto
Mestrovic nei compendi d’arte moderna oppure lo menzionavano solo di
passaggio.
Le
mostre retrospettive delle opere di Mestrovic in occasione del
centenario della sua nascita nel 1983 a Zagabria, e poi nel 1987 a
Berlino, Zurigo, Vienna e Milano, di nuovo ricordarono al pubblico
mondiale la grandezza della sua arte; ma, accanto a molte lodi, nelle
riviste artistiche ci sono state anche delle svalutazioni
delle sue opere, considerate conservatrici ed eclettiche.
Per
iniziativa dell’estimatore di
Mestrovic, il critico d’arte italiano Mario De Micheli, è stata
allestita una sua mostra anche a Milano, al Palazzo Reale, nel
settembre del 1987. Fu allora che gli italiani, almeno quelli della
generazione più vecchia si sono di nuovo ricordati della sua presenza
nel loro ambiente, e lo stesso Mario De Micheli ha contribuito a
rivalorizzarne l’arte con la prefazione al catalogo della mostra e
una lezione che aveva tenuto a Zagabria. L’editore Vangelista
di Milano pubblicò il catalogo della mostra con una bella veste
tipografica, dove scrissero di Mestrovic,
Gillo Dorfles, Tonko Marojevic e Marina Gerosa.
“Una
personalità prorompente e complessa: questo è Ivan Mestrovic”
scrisse Mario De Micheli nel testo introduttivo del catalogo con il
titolo “Il
Sogno nella Pietra”.
“Scultore sì, ma anche architetto, poeta, scrittore, uomo
politico…. Egli entrò nella cultura europea con prepotenza, con
straordinarie doti di energia e di candore creativo. Ogni incontro con
la storia dell’arte del passato fu per lui come una sorta di
rivelazione, fu più uno scontro che un incontro. Rilesse gli assiri,
i babilonesi, gli egizi, i greci, gli esempi rinascimentali senza
mediazioni. Ne fu folgorato come un barbaro davanti alla scoperta
improvvisa di una ricchezza e di una bellezza insospettate. Nessun
altro scultore all’inizio del secolo ebbe la sua potenza. Davanti
alla sua forza primitiva ogni altra considerazione sui riferimenti, o
sui rimandi o sugli echi della sua opera, restava sopraffatta.”
I
giornali italiani hanno accompagnato la retrospettiva delle opere di
Mestrovic con numerose recensioni.
Sulla
mostra scrissero Luisa Samaiani, Paolo Rizzi, Marina De Stasio,
Giuseppe Turron, Ugo Rosso, Giovanni Anzani, Adelaide Murgia, Rossana
Bassaglia, Luciano Caramel, Vittorio Sgarbi ed altri.
Durante
i numerosi soggiorni a Roma, fece molte sculture, tra le quali alcune
di particolare rilievo.
Questo
articolo biografico non ha come scopo la descrizione e l’analisi di
tutte queste opere, perché non era nelle intenzioni, né lo spazio a
disposizione glielo permettono. Perciò mi limiterò ad annoverare le
opere più significative che Mestrovic fece in Italia, circa cento,
dal 1911 al 1915, poi nel 1918, 1942 e 1946:
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1911:
Sculture
del ciclo di Kosovo
per l’Esposizione Romana:
Combattente,
La figura
alata I,
II,
Leone I,
II,
Il
suonatore
di gusle,
La
figura per il portale,
Le
causole decorative
ecc., La
ballerina I,
II,
La
vedova con bambino I,
III;
1912: Autoritratto
I,
II,
III,
Studio
per il monumento a Dositej Obradović,
Studio
del cavallo I,
II;
1913: Pastore
con piffero,
Leonardo
Bistolfi,
Maria
Banac, Pietà,
Bassorilievo,
Il modello del Tempio
di Vidovdan,
La
medaglia
(I vendicatori di Kosovo),
1914: Pietà,
Studi,
Ragazzo,
Ragazza,
Ruzena,
Maria
Signorelli I,
II,
III,
La signora Pica,
Karmen
Milacic,
Giovanni
Evangelista;
1915: Auguste
Rodin I,
II;
1918: La
ragazza con violino,
La
ragazza con liuto I,
II,
III, Donna
con violino,
Accordi
lontani,
La
crocifissione I,
II,
Papa
Leone III,
Papa
Sisto V,
Papa
Pio XII,
S.Girolamo,
Bassorilievo;
1946: Prometeo,
Torso
maschile,
Dr,
Angelo Signorelli,
Persefone,
Atlantide,
Gioventù
allegra,
Il
grido,
S.
Giovanni,
La
testa,
La
stigmatizzazione di S. Francesco,
L’autore dell’Apocalisse,
Giobbe,
Maternità
, Pietà
Romana.
Oltre
alle opere menzionate fece numerosi ritratti di uomini e donne e piccoli
studi per le sculture.
A
Carrara finiva di scolpire ciò che veniva modellato altrove.
Traduzione
dal croato all'italiano:
Prof.ssa
Dunja Kalodera
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