"Vecchia"- Acquistata nel 1911 dalla Galleria d'Arte Moderna e Contemporanea di Roma    fotografie: Nenad Glavan
 

 

 

 

 

 

    “Poco sapranno i giovani di lui; ma i non più giovani, tra i quali purtroppo è il sottoscritto, sanno ch’egli è stato ai suoi bei dì un personaggio d’un certo rilievo: diciamo uno scultore di quelli che facevano parlare di sé per la qualità e gravità degli impegni, per carattere e la singolarità dei risultati…

   Era un’audacia sconcertante, barbarica e crudele, la scultura del Mestrovic, ai nostri occhi…”

  Virgilio Guzzi ("Il Tempo", Roma, 20 gennaio 1962)  

 

Ivan Meštrović in Italia

Prof.Dr. Duško Kečkemet

 
 

 

   

  Spazio   Conferenze: sono affrontati i rapporti di Ivan Mestrovic con l’Italia,  i principali aspetti della sua poetica, nonché le problematiche legate         all’interpretazione di una parte della sua produzione. Intervengono in         tale spazio professori dell’Università italiana e croata.
     

 

Sebbene il più importante scultore croato, Ivan Mestrovic (1883-1962), non provenisse da una delle città dalmate che per secoli hanno mantenuto vivi i rapporti con le città italiane dell’altra sponda, ma dalla regione carsica dell’entroterra dalmato, la maggior parte della sua vita e del suo lavoro si sono svolti fuori dal suo paese: a Vienna, Parigi, Roma, Londra, in Svizzera e negli Stati Uniti. Ripetuti soggiorni in Italia, sia in età giovanile sia adulta, furono particolarmente importanti per la sua vita e per il suo lavoro e se ne ricordava sempre con piacere, come anche delle sue amicizie in quel paese, che avrebbe mantenuto fino alla morte.

Essendo un meridionale, dell’Italia lo attraevano i paesaggi, le città, le persone  e in particolar modo l’arte, soprattutto quella più antica, mentre non era propenso alle tendenze contemporanee d’avanguardia, tranne, in alcuni aspetti, nella fase iniziale del suo lavoro. Oltre all’antichità classica, il suo stimolo e modello fu l’arte rinascimentale italiana ed in particolar modo Michelangelo, che rappresentò in una scultura e sul quale scrisse un ampio saggio; considerandolo il sommo scultore di tutti i tempi, in alcune opere quasi lo imitava, come ad esempio nella Pietà Romana

Gli italiani, d’altra parte, nel periodo che precedeva la prima guerra mondiale, accolsero favorevolmente Mestrovic e il suo lavoro. A ciò contribuì  la circolazione delle poesie tradizionali dei popoli slavi del Sud, conosciute in Italia in traduzione, e la notorietà generale del Montenegro e della Serbia nelle guerre contro i Turchi (vista anche l’origine montenegrina della loro regina);  ma Mestrovic e le sue sculture si trovarono al centro dell’attenzione del pubblico italiano dopo il suo grande successo all’Esposizione Internazionale a Roma nel 1911, dove gli fu conferito il primo premio per la scultura. In seguito le sue opere furono conosciute attraverso le Biennali di Venezia, fino alla mostra postuma tenutasi a Milano nel 1987.

Dopo che fu scoperto il talento per la scultura del povero pastore proveniente dal villaggio di Dalmatinska Zagora e dopo un suo breve apprendistato nella bottega di uno scalpellino a Spalato,  egli poté, tramite le donazioni raccolte ed il mecenatismo di un industriale viennese, andare a Vienna nel 1900, e lì, ancora studente all’Accademia delle Belle Arti, partecipò alle mostre del circolo artistico viennese La Secessione. Dopo il primo proficuo influsso delle sculture di Rodin, adottò nel suo lavoro lo stile secessionista, in linea con il quale dal 1908 al 1909 creò a Parigi tutta una serie di eroi e vedove destinati all’incompiuto monumento nazionale Il Tempio di Vidovdan.

Prima di partire per Parigi, nel 1907, il giovane Mestrovic fece un viaggio in Italia, poiché gli fu commissionata una fontana monumentale. In quell’occasione partecipò anche alla VII Biennale di Venezia, avendo già ottenuto riconoscimenti alle mostre di Vienna, Monaco, Londra, Sofia, Zagabria e Belgrado.

L’Italia aveva subito entusiasmato il giovane artista e sua moglie Ruza. “Lì è meraviglioso e ci siamo trovati molto bene, anzi, non ci siamo mai sentiti meglio da nessun’altra parte”, scrisse all’amico Andrija Milcinovic dopo il suo ritorno, “bellissimo e straordinario paese, interessante per la sua cultura del passato, e non mi pento di averlo visitato, al contrario – se sarà possibile – ci tornerò”.

Ma quello che particolarmente affascinò il giovane furono le opere d’arte che vide in Italia, specialmente quelle rinascimentali a Firenze, di cui aveva scritto con trasporto all’amico.

Nel 1911 Mestrovic arrivò a Roma, accompagnato dalla moglie Ruza, per partecipare all’Esposizione Internazionale romana. Dopo Parigi, aveva intenzione di soggiornare e lavorare a Roma più a lungo, e così affittò un appartamento in via Frattina e uno studio vicino a via Flaminia.

“Lui amava vivere in Italia”, scrisse in seguito suo figlio Mate, “amava gli italiani, la loro inclinazione ad eccitarsi ed entusiasmarsi. Amava il paesaggio e l’ambiente italiano. Al di fuori della sua patria, l’Italia era il paese dove si sentiva più a casa. Roma conserva molti bei ricordi dei giorni della sua giovinezza. Qui visse tra il 1911 e il 1913 ed ebbe molti amici intimi”.

D’estate ritornava in patria per visitare la famiglia nel suo villaggio e fuggiva dal caldo dell’estate romana nel vicino pittoresco paese di Anticoli Corrado, un ritrovo di artisti, dove, tra gli altri, fece amicizia con la famiglia Signorelli, che rivestiva un ruolo di primo piano nella vita culturale romana.

L’avvenimento più rilevante nella vita e nell’arte di Mestrovic fu probabilmente l’Esposizione Romana del 1911 con la quale si celebrò il Cinquantenario dell’Unità d’Italia.

L’imponente presenza di Mestrovic in questa mostra gli procurò fama in tutta l’Europa, ma ebbe in patria, oltre ai riconoscimenti, anche dure critiche ed attacchi.

Ivan Mestrovic, come la maggior parte dei giovani intellettuali croati, soprattutto quelli della Dalmazia, nutriva l’idea dell’unità culturale, e in seguito anche politica, di tutti i popoli slavi del Sud. I croati chiedevano l’indipendenza dall’Impero Austro-Ungarico del quale facevano parte, i paesi dell’est dei Balcani volevano liberarsi dalla Turchia, e vedevano nella Serbia il Piemonte dell’unificazione, poiché essa, insieme al Montenegro, era l’unico paese indipendente dell’area. Mestrovic e i suoi compagni dalmati temevano anche i tentativi italiani, appoggiati dagli irredentisti, di impossessarsi della Dalmazia. Per questo motivo, l’istituzione di un paese jugoslavo comune, appoggiato da Francia, Gran Bretagna e Russia, nemici della Germania e dell’Austria, garantiva l’indipendenza dai possibili aggressori limitrofi. Mestrovic e i suoi compagni, artisti della Dalmazia, avrebbero dovuto presentare le loro opere nel padiglione ungherese o austriaco, ma non lo fecero per motivi patriottici, e decisero quindi di esporle in quello serbo, progettato dallo stesso Mestrovic, tenendo conto, in primo luogo, delle sue sculture dedicate al Tempio di Vidovdan, mausoleo simbolo dei morti nelle secolari battaglie per la libertà dei popoli slavi del Sud. Questa decisione provocò polemiche e scandali sia nell’Impero austroungarico, sia nella parte della Croazia non propensa all’alleanza con i Serbi.

Il giovane Mestrovic aveva creato negli anni precedenti, secondo lo stile della Secessione Viennese, delle figure monumentali degli eroi morti nella battaglia storica contro i Turchi nel 1389 a Kosovo Polje e delle loro vedove.

 

 

"VEDOVA" - marmo, 1907, Museo Nazionale Belgrado  (bronzo, Galleria Mestrovic, Split)      fotografia: Ivo Pervan

 

Il sottolineare dell’elementare e dell’arcaico aveva sorpreso numerosi visitatori dell’Esposizione Romana; entusiasmò alcuni, che vi vedevano una forza fresca e autentica all’interno della presunta arte decadente dell’Europa, mentre in altri destò avversione. I primi probabilmente erano più numerosi, visto che ricevette il primo premio che gli aprì la strada per altre mostre individuali in Italia e nel resto dell’Europa.  La stampa italiana, sia i quotidiani che le riviste specializzate, era piena di elogi e di entusiasmo per le sue sculture, mettendolo al primo posto tra gli scultori europei insieme a Rodin.

 

"VEDOVE" pietra, 1907, Galleria Mestrovic, Split    -fotografia: Ivo Pervan

 

Lo stesso Rodin parlava di Mestrovic come del più grande fenomeno tra gli scultori europei. Quel padiglione nella grande Esposizione  Internazionale di Roma  a Valle Giulia, inaugurato solennemente il 22 aprile 1911 alla presenza del Re Italiano, attirò l’attenzione di numerosi visitatori, anche se in quelli degli altri paesi furono esposte opere di artisti allora famosi come Rodin, Zuloag, Rjepin, Klimt, Stuck, ed altri.

L’Esposizione di Mestrovic nel padiglione serbo comportò che tanti di coloro che scrissero di questa e delle esposizioni successive alle quali partecipò, lo considerassero serbo, soprattutto perché la Croazia, che allora non esisteva neanche come uno stato, era poco conosciuta; ma egli sottolineò diverse volte (non sempre proprio ad alta voce) la sua nazionalità croata e considerava i serbi suoi fratelli – anche se in seguito lo delusero molto. La prefazione del catalogo di quel padiglione fu scritta dallo scrittore croato Ivo Vojnovic.

Purtroppo, anche gli scrittori italiani spesso interpretarono le sculture di Mestrovic all’Esposizione Romana, in primo luogo, come l’espressione politica di un popolo che aspirava alla libertà.

“Visitate il padiglione serbo, quel miracolo dell’Esposizione Romana e inchinatevi al genio di Ivan Mestrovic. Il popolo che ha fatto nascere un tale artista non può essere distrutto; guai a chi oserà allungare la mano sull’indipendenza di questo popolo”, scriveva un giornale romano. E un famoso storico d’arte austriaco Jozef Strzygowski commentava preoccupato:

“Saremmo nei guai se i connazionali di Mestrovic lo capissero e se nel segno della sua arte si unissero.”

Il lucido A. G. Matos fu più realista, ma anche più lungimirante, nel lodare e criticare l’opera di Mestrovic:  “Ho già scritto spesso di questa arte (l’arte di Mestrovic). E’ grande, ma per quanto io apprezzi Mestrovic come artista e lo ami come amico e come uomo, così tanto mi duole, mi duole profondamente, il suo sottacere le sue origini croate”. Matos, a differenza di Mestrovic, aveva precedentemente trascorso un lungo periodo in Serbia e conosceva meglio la politica belgradese.

La scrittrice italiana Sibilla Aleramo, tra gli altri, scriveva con entusiasmo delle sculture di Mestrovic all’Esposizione su Il Corriere della Sera :

“… Ivan Mestrovic, scopritore, ispiratore, maestro… Egli ha in se stesso, nelle circostanze del suo animo, questo stile dello spirito arcaico, il quale veramente, più di qualsiasi altro, corrisponde al suo tipo di razza, semplice, rude e concentrato… Ma allo stesso tempo, oltre alla gloria di precursore, Ivan Mestrovic ha anche raggiunto la gloria dell’artista più grande: accanto al ciclo di sculture, per il quale si può dire che è di ispirazione strettamente patriottica, fiorisce liberamente una serie di opere in cui la forma umana si mostra nei simboli di dolore e di gioia universale, ed alcune di queste opere sono dei veri capolavori…”

Il più famoso scultore italiano di quel periodo, Leonardo Bistolfi, che dopo questa esposizione divenne un caro amico di Meštrović, si entusiasmò davanti alla monumentale statua equestre di Marko Kraljević: “Superbo! … E’ una cosa nuova, superba!”  

Allo stesso modo il critico d’arte Renzo Lanza, in un numero de La Vita: “Finalmente ecco un grande artista, perfetto, colossale, Ivan Meštrović. In lui troverai tutte le virtù e i difetti di un genio…”

Così si espresse il drammaturgo e critico d’arte Guelfo Civinini su Il Corriere della Sera :

“Ivan Mestrovic è quello splendido e fino ad ora sconosciuto scultore che si impone improvvisamente, per affermarsi tra i più grandi artisti del nostro tempo…”

 

"CARIATIDE", 1908 - presente all'Esposizione Internazionale d'Arte a Roma nel 1911

 

 

Il noto giornalista italiano Silvio Benco scriveva tra le altre lodi, nel triestino Il Piccolo della Sera:

“… Mestrovic è l’unico nuovo artista, un gigante, che è stato scoperto proprio da questa grande Esposizione Romana…”

E il critico d’arte Alfredo Melani nella rivista Veritas :

“L’Internazionale di Roma si ricorderà di Ivan Mestrovic come l’ultima Internazionale di Venezia si ricorda di Gustav Klimt…”

 Il critico dell’arte Renzo Larco criticò l’Esposizione Romana come mediocre, persino fatta male, tranne per le opere di pochi espositori come Medardo Rosso, Gustav Vigeland e Auguste Rodin, ma rivolse un’attenzione speciale alla scultura di Mestrovic:  

 “Per quanti difetti alcuni volessero trovare in Ivan Mestrovic, egli comunque rimane, senza paragoni, il più grande artista di questa Esposizione Mondiale di Roma…”.

 

Proprio a questa esposizione, che attirò l’attenzione generale, sia con lodi che con critiche, Mestrovic incontrò i suoi migliori amici italiani: Bistolfi, Martini, Soffici, mentre il poeta futurista italiano e storico d’arte Filippo Tommaso Marinetti, vedendo nella scultura di Mestrovic la nuova arte rivoluzionaria che egli stesso propagandava nei suoi manifesti artistici, la difendeva dalle critiche del circolo estetico di Benedetto Croce, che vedeva in quelle opere un’arte barbarica.

Le sculture di Mestrovic furono criticate anche dallo storico e sociologo crociano, Guglielmo Ferrero, come un’invasione barbarica contro la millenaria civiltà e cultura europea, ma dopo qualche anno divenne anche lui un ammiratore entusiasta dell’arte di Mestrovic.

Ai giorni dell’Esposizione Romana del 1911 risale anche la duratura e affettuosa amicizia tra Mestrovic e lo scrittore Giovanni Papini, entusiasta delle sue sculture.

“Per noi era” raccontava Papini a Bogdan Radica, “come se fosse nato un nuovo Michelangelo”.

In quel periodo Papini criticava l’estetismo filosofico di Croce e quello letterario di D’Annunzio, e nelle sculture di Mestrovic, impegnate e allo stesso tempo umane, trovò appoggio alle proprie idee.

Giovanni Papini, reagendo alle critiche posteriori su Mestrovic, particolarmente a quelle di Krleza, molto sorpreso disse a Bogdan Radica (ovviamente pensando agli jugoslavi e non conoscendo il patrimonio culturale croato): “Se non fosse stato per Mestrovic, nessuno avrebbe saputo di voi barbari! Un popolo vale soltanto in quanto dà il proprio tributo allo spirito. Voi fino ad ora, tranne per alcuni canti popolari, non avete dato niente all’umanità. Mestrovic ha segnato la vostra entrata nella civiltà!

La stampa austriaca e ungherese ha, per ovvi motivi politici, ignorato o criticato l’Esposizione Romana e le opere patriottiche di Mestrovic; eppure Arthur Rssler gli dedicò comunque un intero numero di una rivista d’arte Bildende Künstler, mentre lo storico viennese d’arte Josef  Strzygowski sottolineò, in una sua conferenza che allora tenne a Vienna, che Mestrovic, più di tutti gli altri scultori contemporanei, si era avvicinato a Michelangelo per lo stile e la forza d’espressione.

E il critico francese R. de Nolva scrisse da Roma: “Se l’Esposizione Romana del 1911 non avesse avuto altro merito tranne quello di averci fatto  conoscere le opere e il nome di Ivan Mestrovic, essa avrebbe trovato comunque in questo la sua giustificazione… Mai un esempio più bello della prodigiosa forza del genio, che porta l’uomo fuori dall’ombra fino alla luce più piena, è stato fornito come quello della carriera di Ivan Mestrovic…”.

Anche il famoso scrittore belga Ėmile  Verhaeren chiamò in quell’occasione Ivan Mestrovic “una figura dominante nella storia dell’arte”. Ed il critico d’arte britannico James Bone, che anche in seguito scriverà spesso di Mestrovic, ricordava in occasione della grande esposizione di Mestrovic a Londra del 1915:

“Il genio di Ivan Mestrovic è un fenomeno scoppiato in Europa nell’Esposizione Internazionale a Roma del 1911…” 

Anche Maksim Gorki, che allora si trovava in Italia, conobbe le sculture di Mestrovic nell’Esposizione Romana del 1911 e scrisse a S.M. Prohov: “ Io personalmente trovo l’Esposizione Romana molto interessante, mi trasmette molto … Così anche  lo scultore meravigliosamente serbo (!) - Mestrovic…”                                                          

Non citeremo in questa sede le numerose recensioni croate e serbe delle opere di Mestrovic, poiché erano, per la maggior parte, o euforiche ed elogiative o critiche per motivi politici ed ideologici.

 

 

Il successo materiale delle opere di Mestrovic nell’Esposizione Romana non fu seguito dal successo morale, ma Meštrović non volle privarsi delle sculture dedicate all’ideato  Tempio di Vidovdan. Il Re italiano acquistò la scultura Il Pastore per il suo Palazzo Reale, la Galleria Moderna di Belle Arti la scultura della Vecchia e il governo serbo Ricordo.

Lo stesso Mestrovic regalò al popolo italiano, in segno di gratitudine per l’accoglienza e i riconoscimenti, la scultura Sergio dal Cattivo Sguardo

All’Esposizione Internazionale Romana Ivan Mestrovic vinse il primo premio per la scultura e Gustav Klimt per la pittura.

"CARIATIDE", 1908 - presente all'Esposizione Internazionale d'Arte a Roma nel 1911

 

Nel 1911 Ivan Mestrovic viveva e lavorava a Roma. Oltre all’Esposizione Romana partecipò nel 1910 e nel 1911 anche all’Esposizione Internazionale di Torino. Da Roma partì per Belgrado, dove gli fu commissionata la realizzazione della monumentale fontana in ricordo della vittoria contro i Turchi nella guerra balcanica.  

 

        Talvolta si recava a Parigi o nel suo paese natio, ma fino al 1915 ebbe il suo appartamento e studio a Roma.  Lì, nel 1913 completò il grande modello in legno per Il Tempio di Vidovdan, con il quale si conclude il suo interesse per quel progetto, ma anche per quell’idea in generale.  

 

       Anche se il governo serbo ha comprato tutte le sculture di Mestrovic dedicate al Tempio di Vidovdan, la mutata situazione postbellica non ha permesso all’artista né di realizzare quest’idea monumentale né di ricevere il pagamento pattuito per le sue opere, rimaste fino ad oggi nel Museo Popolare di Belgrado.

 

Nel 1913 Mestrovic partecipò alla Prima Esposizione della Secessione Romana  anche come membro della commissione della mostra, dove esposero, tra gli altri, Auguste Rodin, Antoine Bourdelle e Paul Trubetzkoj. Era inoltre membro del comitato organizzativo della Secessione Romana, presieduto dal pittore futurista Giacomo Balla. La corrispondenza tra il comitato direttivo della Secessione e Meštrović sono conservati nell' Atelier Mestrovic a Zagabria.

Nel periodo che va dal 1911 al 1915, Ivan e Ruza Mestrovic partecipavano alla vita sociale e culturale romana, a differenza del precedente soggiorno a Parigi, dove lo scultore, non usciva quasi mai dall’atelier,  preso dalla realizzazione delle sue sculture eroiche. In quel periodo viveva a Roma anche Auguste Rodin, con il quale Mestrovic continuò l’amicizia, e di cui fece anche due ritratti.

Lo stesso Mestrovic ha trascritto dettagliatamente i suoi incontri e colloqui con Rodin a Parigi e a Roma, ed anche le lettere romane di quel periodo sono conservate. L’amicizia romana più intima era quella che legava Mestrovic alla nota famiglia Signorelli e durò per tutta la sua vita. Nella casa romana dei Signorelli si riuniva, prima, durante e dopo la guerra, l’élite composta non soltanto da famosi politici, letterati, giornalisti, pittori, scultori e musicisti italiani, ma anche stranieri, i quali in quei movimentati anni erano numerosi a Roma. Un importante ruolo non solo come padrona di casa, ma anche come promotrice di quel circolo, ebbe la dottoressa, scrittrice e traduttrice Olga Signorelli, nata a Resnievic in Lituania. Era la moglie di Angelo Signorelli, un famoso medico romano, collezionista ed amico di molti artisti, proprietario di una delle più prestigiose collezioni artistiche e numismatiche italiane in quel periodo. Olga Signorelli era anche amica dell’attrice Eleonora Duse, sulla quale scrisse un libro pubblicato in Croazia in traduzione nel 1945. Ha anche scritto i suoi ricordi di Rodin e del suo lavoro sul ritratto del papa Benedetto XV. Intrattenne anche una lunga corrispondenza con Giovanni Papini. Di questo circolo artistico faceva parte il poeta maledetto croato Vladimir Cerina, anche lui amico di Papini, che finì tragicamente la sua vita come squilibrato mentale. Olga Signorelli portò avanti la sua corrispondenza con Mestrovic, anche dopo la sua partenza da Roma, e la famiglia Signorelli possiede tuttora un gran numero di sculture, quadri e disegni da lui realizzati allora a Roma.

Nell’estate del 1913 Ivan e Ruza soggiornavano a Fiuggi per la sua convalescenza. Dopo l’Esposizione Romana del 1911, Mestrovic frequentò a Roma anche gli scultori spagnoli Ignazio Zuloag e Hermenegildo Anglade, artisti allora molto stimati. Ed in modo particolare instaurò un’amicizia duratura con Leonardo Bistolfi, il più eminente scultore secessionista italiano. Bistolfi gli faceva spesso visita nel suo atelier romano. Nella rivista L’Eroica, interamente dedicata a Mestrovic, Bistolfi pubblicò un lungo saggio, Il sogno di pietra,  in cui analizzava le sue sculture. Anche lo stesso editore Cozzani scrisse di Mestrovic in quel volume. Dell’amicizia tra Mestrovic e Bistolfi ne è testimonianza la loro ricca corrispondenza.

 

I. Mestrovic, ritratto di Leonardo Bistolfi, 1913

 

L’amicizia di Bistolfi divenne particolarmente importante all’inizio della guerra, quando i Mestrovic si trovarono in difficoltà in quanto emigranti e nemici politici del regime austroungherese, ed egli offrì loro ospitalità e protezione:  

 

“Amico mio,” scriveva Bistolfi da Torino il 9 luglio 1914 a Mestrovic, “vieni! I nostri cuori e la nostra casa ti aspettano… Possiamo offrirti soltanto una piccola e umile stanza, però spero che ci potrai dormire tranquillamente … Ho pensato tanto a te in questi giorni, ma non potevo immaginare che dovessi scappare dal tuo paese! Ti abbraccio insieme ai miei. Tuo Leonardo.”

 

Anche la scrittrice Sibilla Aleramo  era un’amica di Mestrovic a Roma. Nella rivista Lettura pubblicò nel 1911 un dettagliato e ispirato saggio sulle sculture di Mestrovic all’Esposizione Romana. Si incontrarono in casa dello scultore Giovanni Prini, frequentata anche dal giovane letterato Vincenzo Cardarelli, al tempo ancora un giornalista.

Nel periodo dell’Esposizione, Mestrovic conobbe anche il giornalista Giuseppe Prezzolini, che nei suoi articoli contribuì alla formazione dell’idea nazionale dei popoli jugoslavi. Quando i due si incontrarono in America, dopo la seconda guerra mondiale, entrambi esiliati politici presero coscienza, disse il loro amico giornalista Bogdan Radica, “ di come il mondo stesse precipitando negli abissi, condizione che i due non si sarebbero mai aspettati né avrebbero previsto di vivere in quegli anni eroici.”

 

 

Ho già menzionato l’entusiasmo di Maksin Gorki per le sculture di Mestrovic all’Esposizione Romana. Quando Bogdan Radica, nel 1927, gli fece visita a Sorrento, vicino Napoli, dove egli era in convalescenza, scrisse: “Tutto ciò che egli sapeva di noi e gli interessava era Ivan Mestrovic e il suo Tempio di Vidovdan… In Mestrovic egli vedeva il più grande artista  che il mondo slavo avesse dato all’arte.

 

Il secondo nome che egli teneva in considerazione era quello di Miroslav Krleza, che stimava e considerava un grande narratore e poeta. 

 

"Testa di soldato" 1908, bronzo 82 cm, Galleria Mestrovic Split   -fotografia: Ivo Pervan

 

Evitava di parlare di politica, sia essa italiana, russa o europea. Ritornava spesso sulle opere di Mestrovic, su Marko Kraljevic, su Sergio dal Cattivo Sguardo, sui suoi soldati e le loro vedove, i quali gli rimasero vivi nella memoria fin dall’Esposizione Romana.”

Secondo uno scritto non ufficiale, Maksim Gorki disse: “Accanto a Tolstoj, Mestrovic è il più grande genio che il mondo slavo abbia dato.” E Gorki ben conosceva l’arte europea contemporanea, perché nel suo appartamento di Pietroburgo possedeva una collezione dei quadri di Rodin, Rjepin, Troubetzskoj, ed altri, e durante la visita del letterato croato Josip Kosor,  parlava con lui di pittura, scultura, musica ed architettura.

Nel 1913 e 1914 Ivan Mestrovic e Ruza abitavano a Roma in una pensione di via Gregoriana 12, e nel dicembre del 1914 in via Palestro, mentre lo studio era sempre in via Flaminia 122. Della stima di cui Mestrovic godeva in Italia in quel periodo, ne è testimonianza anche la domanda del Ministro della Pubblica Istruzione, nel 1913,  di fare il proprio autoritratto per la Galleria Reale di Firenze, dove furono collocati i ritratti dei più famosi artisti viventi del mondo. Tra gli altri artisti italiani con i quali Mestrovic si frequentava a Roma o aveva corrispondenza, ci furono lo scultore Antonio Maraini e il pittore Felice Carena, per il quale Mestrovic fece un ritratto nel 1918 ad Articoli Corrado.

Dopo aver esposto le sue opere alla Seconda Mostra Internazionale della Secessione nel 1914 a Roma, in quello stesso anno Mestrovic si esibì con una mostra quasi completamente individuale alla XI Biennale a Venezia. Anche questa sua mostra, come quella Romana del 1911, attirò l’attenzione del pubblico italiano, quello degli altri paesi e anche il nostro  (pubblico croato).

Sebbene già nel 1907 avesse esposto le sue opere alla Biennale di Venezia, le porte gli furono aperte dal successo dell’Esposizione Romana. Lì espose anche ventinove sculture, per lo più nuove. L’aveva invitato ad esibirsi l’organizzatore della mostra, critico d’arte e scrittore Vittorio Pica, che da allora divenne anche un caro amico dei Mestrovic

 

   

  

    Sala di Ivan Mestrovic alla XI Biennale di Venezia, 1914. In primo piano, "Vedova dell'eroe"

 

 

 

L’Esposizione fu inaugurata dall’anziano principe di Savoia, Duca di Genova, il quale si espresse così a proposito delle opere di Mestrovic - che gli fu presentato in quell’occasione – “i bronzi di Mestrovic attirano attenzione con la loro forza e invitano alla discussione.” A questa mostra un’attenzione particolare fu suscitata dal grande modello del Tempio di Vidovdan, esposto per la prima volta sotto la cupola della sala centrale.

Nel catalogo della mostra veneziana, Mario Lago scrisse, tra l’altro, delle opere di Mestrovic:

“La sua arte è sorprendente, ma sorprende ancora di più la diversità delle sue opere… Davanti al popolo di statue che ha scolpito rimaniamo sbalorditi. Si direbbe che lui crei istintivamente, senza pensare, nella geniale sollecitudine. Nessuna delle opere dimostra infatti l’indecisione, il dubbio, lo squilibrio. Mai nessun artista lo ha sorpassato nella sicurezza e nell’unità del pensiero e dell’esecuzione.”

Ettore Cozzani espresse il suo entusiasmo dopo l’incontro con le sculture di Mestrovic alla Biennale di Venezia nella sua lettera allo scultore: 

“… sono arrivato a Venezia conoscendo solamente un po’ indirettamente la sua arte, come espressione di uno spirito grande, orgoglioso, forte.

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Numero di "L'Eroica" del 1914 (nel quale è presente "Il Sogno di Pietra" di Bistolfi), interamente dedicata a Ivan Mestrovic

 

Quello che ho visto alla mostra nei Giardini mi ha profondamente colpito; ho vagato per di cinque giorni senza speranza intorno alle sue sculture, con il cuore contratto e l’anima confusa ed infiammata dall’emozione.” Fu allora che decise di dedicare un volume della sua rivista L’Eroica all’arte di Mestrovic.

 

Numero di "L'Eroica" del 1914 (nel quale è presente "Il Sogno di Pietra" di Bistolfi), interamente dedicata a Ivan Mestrovic

 

 

 A differenza di molti visitatori che erano entusiasti delle sculture di Mestrovic alla Biennale di Venezia, Miroslav  Krleza, per il quale questo era il primo incontro più completo con queste opere, assunse un atteggiamento avverso nei loro confronti, prendendo in considerazione in primo luogo le sculture del ciclo Kosovo, benché a quella mostra ce ne fossero state solo alcune. Trovava ripugnante il modello e l’idea del Tempio di Vidovdan in generale:

“Nell’anno 1914 ho visitato la Biennale di Venezia” raccontava dopo Krleza, “e lì ho visto il modello del Tempio di Vidovdan, e a me non è piaciuto. E’ sceso un morlacco da Zagora, ha visto chiese impressionanti a Spalato, ha visto le cariatidi che lo hanno colpito e quella prima visione della forma e del modo di esprimersi è rimasto un peso per tutta la sua vita”

           Ad allora risale l’avversione di Krleza nei confronti di Mestrovic e la sua sbagliata identificazione di tutto il sessantennale lavoro di Mestrovic con le sculture del Tempio di Vidovdan, create secondo lui sotto “la diretta influenza della Secessione Viennese di Metzner”, nonostante questa fase sia durata solo alcuni anni prima della guerra.

La scultura di Mestrovic alla Biennale di Venezia provocò un altro scandalo di cui si parlò e si scrisse molto. Il famoso scrittore e critico italiano Ugo Ojetti aveva pubblicato che Mestrovic con la sua scultura Sergio dal Cattivo Sguardo imitava L’Ercole di Bourdelle. Mestrovic si sentiva offeso perché la sua scultura era stata creata prima di quella di Bourdelle. La controversia con Ojetti fu appianata dagli amici di Mestrovic: il pittore Anglade e lo sculture Bistolfi. Da Venezia Mestrovic si recò a Roma e mandò le sculture del ciclo di Kosovo a Spalato, dove aveva intenzione di preparare una grande mostra con le sue opere. Della mostra si occupò il pittore Emanuel Vidovic, insieme agli altri membri del circolo artistico Medulic .

Però il 28 luglio del 1919 scoppiò la guerra e la mostra  a Spalato non fu organizzata. Mestrovic emigrò in Italia per non essere imprigionato, così come gli  altri personaggi noti di Spalato. Una parte delle sculture venne nascosta dai suoi amici per evitare la loro distruzione da parte delle autorità austriache, e lui riuscì a riportarne alcune in Italia, dove i Mestrovic si sistemarono di nuovo a Roma, mentre il comando dell’esercito austriaco lo stava cercando come disertore.

Gli anni di guerra, dal 1914 al 1918, furono per Mestrovic gli anni dei vagabondaggi, da Venezia a Roma,  fino a Londra, Parigi, Svizzera, Cannes e di nuovo Londra, Parigi  e Roma; questi sono anche gli anni della sua attività politica nell’ambito del Comitato Jugoslavo. Sebbene non sia stato un uomo politico, con la stima internazionale di cui godeva, contribuì molto alla propensione degli alleati per la formazione di un libero stato jugoslavo.

A Roma aveva un appartamento in via Palestro, dove si incontrava con i suoi vecchi amici.

“Mentre lavoro penso spesso alle ore intime e care trascorse con voi nella vostra piccola e ospitale casa…” gli scriveva poco dopo Leonardo Bistolfi da La Loggia.

Per un periodo visse anche a Firenze in compagnia dei pittori e scrittori riuniti intorno alla rivista Lacerba : Carrà, Giacometti ed altri. A Roma Ivan e Ruza Mestrovic continuavano ad essere gli ospiti più illustri della famiglia Signorelli, nel circolo dei noti intellettuali romani di quella casa.

I Mestrovic trascorsero l’estate del 1915 nel vicino Olevano. In quell’anno Mestrovic frequentò nuovamente Rodin, che era venuto a Roma per fare il ritratto del Papa, ed era un’ospite gradito nel salone dei Signorelli, soprattutto nei concerti dei famosi musicisti romani, tra i quali vi era il pianista Nicola Janigro, padre del noto violoncellista Antonio Janigro. Fu allora che Mestrovic fece il famoso ritratto di Rodin, il quale gli faceva visite nel suo studio romano, dove parlava con lui di arte. In seguito Rodin fu membro onorario del comitato organizzativo della grande mostra di Mestrovic a Londra nel 1915. Nel novembre del 1917 Rodin morì, avvilito soprattutto dalla distruzione avvenuta durante la guerra di tutto quello che più stimava nella vita.                    

Dall’inizio della guerra, Mestrovic viveva a Roma separato dalla moglie Ruža. Fu allora che iniziò la sua relazione con la ceca Ruzena Zatkova, moglie del diplomatico del coro russo dello zar Vasilij Hvoscinski. Mestrovic descrisse questo amore che durò fino alla morte prematura di Ruzena, nel suo romanzo  “Il Fuoco e Le Ceneri”. Roma e i suoi dintorni, e soprattutto lo studio dell’artista, furono il palcoscenico di quell’amore inconsueto.

Nel maggio del 1915 Mestrovic lasciò Roma e si recò a Parigi. Le ragioni di questa partenza furono in primo luogo politiche, perché gli italiani che nel 1915 si erano uniti con gli alleati, lo guardavano con sospetto poiché era cittadino austriaco, così lui, insieme al Comitato Jugoslavo, si trasferì a Londra. Nel 1915, a Londra, venne allestita la grande mostra di Mestrovic al Victoria and Albert Museum, che suscitò la stessa reazione di quella romana del 1911. La scultura di Mestrovic diventò in quell’anno tema centrale di conversazioni, lodi e critiche nei circoli artistici britannici.

Nello stesso anno Ivan e Ruza continuarono i loro vagabondaggi per l’Europa, non potendo fermarsi più a lungo in nessuna città.

Continuò la corrispondenza con i suoi amici italiani: con Olga Signorelli, Vittorio Pica, con il pittore e scultore Ferruccio Ferruzzi ed altri. Vissero per un periodo piuttosto lungo in Svizzera , e poi trascorsero l’estate e l’autunno del 1916  a Cannes per motivi di salute. Si recò spesso a Parigi, specialmente in missioni politiche, come membro del Comitato Jugoslavo.  

Nella primavera del 1918 Ivan e Ruza Mestrovic partirono da Cannes per stabilirsi di nuovo a Roma, in via Giulio Cesare. Durante la guerra, collaborando con il comitato Jugoslavo fu deluso dalle pretese serbe nel futuro stato, e specialmente dalla politica della grande Serbia del Ministro Pasic, Mestrovic  si ritirò quasi completamente dalla vita politica dedicandosi al suo lavoro di scultore.

“Non essendo capace di svolgere nessuna delle attività delle quali il Comitato adesso si occupa, ho quindi affittato uno studio, mi sono ritirato e ho incominciato a lavorare”, scrisse da Roma al fratello Petar a Edinburgo. Divideva lo studio con il pittore Tartaglia. Quell’estate, per riposo e convalescenza, andò a Olevano Romano, un paesino vicino Roma, dove artisti italiani e stranieri gli fecero visita; in quel periodo vi soggiornavano anche i Signorelli. Insieme scrissero la lettera all’amico Giovanni Papini:

“Mestrovic vi manda tanti saluti”, scriveva Olga Signorelli a Papini che si trovava a Firenze. “E’ uno scultore, e perciò è pigro per scrivere; comunque, insieme a Ruza, spesso si ricorda di Lei con grande simpatia…”

In questa corrispondenza con Papini si menzionava anche il loro comune giovane amico spalatino, Vladimir Cerina, il quale dimostrava sempre di più i segni del suo squilibrio mentale.

Si era, tra l’altro, follemente innamorato di un’attrice italiana allora famosa, Francesca Bettini. Gli amici gli avevano persino organizzato un incontro con lei. Sia Papini che Mestrovic e i Signorelli si occupavano di lui, ma per lui non c’era nessuna speranza e morì più tardi in un ospedale per malati di mente a Sibenik.

 

I. Mestrovic, ritratto di Felice Carena, 1918      fotografia: Nenad Glavan

 

Da Olevano Romano, Mestrovic si recò alla vicina Anticoli Corrado per visitare l’amico scultore Felice Carena, fermandosi da lui come ospite per una decina di giorni, realizzò allora  il suo mezzobusto che ancora oggi si trova nel piccolo museo locale, accanto alle opere di altri famosi artisti italiani.  

 

Nel 1979, si è tenuto a Olevano Romano, nell’edificio dell’Accademia Berlinese, un convegno dedicato al soggiorno del pittore tedesco Anton Raphael Mengs e dello scultore croato Ivan Mestrovic in quella pittoresca cittadina, e nel 1984 si tenne a Roma il convegno dal titolo Un paese immaginario: Anticoli Corrado al quale si parlò dei numerosi artisti europei che trovarono ispirazione per le loro opere in quell’ambiente suggestivo, uno dei quali era anche Mestrovic

 

Dopo il suo ritorno da Olevano Romano a Roma, Mestrovic aspettò lì la fine della guerra, il 17 novembre del 1918. Subito dopo la guerra i rapporti politici tra l’Italia e l’appena costituito Regno dei Serbi, Croati e Sloveni divennero più tesi. L’Italia, in base al segreto accordo di Rapallo, che aveva stipulato con gli alleati prima di passare dalla loro parte, aveva chiesto la maggior parte della Dalmazia. I Serbi erano pronti ad accontentarla, e nemmeno gli stessi politici croati, provenienti dalla parte nord del paese, erano abbastanza fermi nel rifiutare quelle condizioni.

Con l’appoggio del presidente americano Wilson e soprattutto con i tenaci sforzi diplomatici di Ante Trumbic e i suoi collaboratori dalmati, il nuovo stato SHS è riuscito a conservare la maggior parte della costa adriatica orientale, con alcune concessioni all’Italia (Istria, Rijeka, Zadar ed alcune isole). Da allora ebbe inizio l’antagonismo politico dei due paesi vicini, soprattutto tra i nazionalisti jugoslavi e gli irredentisti italiani, i quali non erano contenti di quello che avevano ottenuto in Dalmazia. Dopo l’occupazione di Rijeka da parte di D’Annunzio, c’era il pericolo dell’aggressione di una parte dell’esercito italiano in Dalmazia, e così anche Mestrovic partecipò alla creazione di piani segreti della resistenza armata in caso ciò succedesse. Nonostante ciò, Mestrovic continuò a coltivare amicizie corrispondendo con i suoi amici italiani.

Dopo la guerra Mestrovic realizzò numerose opere ed espose a mostre d’arte in Jugoslava e a Parigi; successivamente si ritirò a Dubrovnik, e costruì il mausoleo della famiglia Racic a Cavtat. Profondamente deluso dalla politica serba, rifiutò le proposte di stabilirsi nella capitale di Belgrado, e comprò invece una vecchia casa nel centro storico di Zagabria, vicino alla quale costruì  uno studio.

Da federalista jugoslavo d’un tempo, divenne il promotore dei diritti dei croati nello stato comune jugoslavo; ciò si è riflettuto anche nei motivi delle sue sculture e monumenti pubblici. Inoltre si dedicò alle elaborazioni di temi biblici, soprattutto di Gesù e della Madonna, ma anche di quelli musicali come allegoria dell’armonia desiderata da tutta l’umanità. Seguirono le sue numerose mostre in patria e all’estero, in Europa e in America. Qualche volta andava a Carrara, per sorvegliare la lavorazione delle sue sculture in marmo e per dare loro “l’ultimo tocco”. 

 

 

"IN DISPERAZIONE" - 1927, marmo, 117 cm, Galleria Mestrovic, Split     - fotografia: Ivo Pervan                                      "CONTEMPLAZIONE", 1923, marmo, 104 cm, Galleria Mestrovic, Split (Institute of Art, Detroid, Stati Uniti d'America)     fotografia: Ivo Pervan

 

 

Nel 1926 partecipò alla XVI Biennale di Venezia, dove furono notate le sue opere di ispirazione religiosa. Il critico d’arte francese Clement Morro scrisse, tra l’altro, anche delle opere di Mestrovic nel mensile parigino La Revue Moderne illustrèe des Arts et de la Vie:

“…Le figure di San Francesco, Maddalena, Arcangelo Gabriele, le sculture del gruppo della Madonna con il Gesù modellate vigorosamente, così espressive nel loro stile originale, così generosamente concepite con un’emozione pura, basterebbero a determinare un grande artista, se Ivan Mestrovic, scultore delle montagne, non si fosse imposto con la sua forza e la sua produttività all’ammirazione di tutto il mondo.”

Della mostra veneziana e della presenza di Mestrovic in essa scrisse anche Ugo Nebbia nel libro dedicato a quella Biennale.

Nel maggio del 1927 Mestrovic espose le sue opere grafiche alla Seconda Esposizione Internazionale di grafica a Firenze.

 

 

Nel 1930 lo storico dell’arte Pericle Ducati e gli irredentisti dalmati criticarono la collocazione dell’enorme scultura  di Mestrovic rappresentante il vescovo croato Grgur Ninski nel peristilio del palazzo di Diocleziano a Spalato.

La cornice architettonica del peristilio tardo-antico era conforme alla scultura monumentale, ma questa, con le sue dimensioni enormi, degradava quell’ambiente unico.

               L’archeologo spalatino don Frane Bulic protestò contro il collocamento del monumento in quel luogo, ma le ragioni patriottiche prevalsero. Anche lo scrittore italiano Ugo Ojetti ne criticò la posizione nella rivista artistica Dedalo .

               Nel 1928 Ivan Mestrovic trascorse le vacanze estive a Opatija, che in quel periodo era italiana e dopo, tormentato dai calcoli ai reni, andò nel sanatorio di Fiuggi, vicino Roma, nel quale si era curato anche in precedenza. Fece un viaggio a Roma, durante il quale visitò i Musei vaticani ed altri musei. A Roma voleva fare il ritratto del papa, ma non poteva accordarsi per questo in nessun modo. Lì venne a conoscenza che la polizia belgradese lo stava sorvegliando come oppositore alla dittatura in patria. In precedenza aveva visitato Carrara per sorvegliare la scalpellatura della scultura .

GRGUR NINSKI, monumento, bronzo, 750 cm, Split - Spalato

 

A Venezia Mestrovic si esibì di nuovo alla XX Biennale, nel nuovo padiglione jugoslavo, accanto agli altri colleghi suoi connazionali, ma le sue opere non furono in quell’occasione notate in modo particolare.

Con l’ascesa del fascismo in Italia, i rapporti politici tra l’Italia e la Jugoslavia deteriorarono. Una dichiarazione di Mussolini del 1932, circa l’annessione della Dalmazia, provocò la reazione di scrittori, artisti e scienziati e la pubblicazione del testo La Questione Adriatica . L’autore della Risposta al Signor Mussolini nella Nuova Europa zagabrese era Ivan Meštrović. Sulla stessa venne pubblicata la traduzione dell’articolo di Benedetto Croce Della Libertà , trascritto dalla rivista america Foreign Affairs . L’articolo di Mestrovic fu attaccato dal giornalista zaratino irredentista Oskar Randi nella rivista La Vita Italiana , accusando i membri di quel gruppo di essere massoni.

Alla riunione del PEN-klub nel 1932 a Budapest, alla quale era presente anche Mestrovic, venne condannata la politica fascista in Italia ed in Germania. Questo fu in particolar modo sottolineato alla riunione successiva tenutasi nel 1933 a Dubrovnik.

Quando, nel 1938 le aspirazioni fasciste in Dalmazia divennero palesi, Mestrovic scrisse la prefazione alla monografia Il Nostro Adriatico intitolato Teniamo la guardia. “Come popolo del Mediterraneo e del suo mare, noi croati, attraverso più di dodici secoli, teniamo la guardia al nostro Adriatico, l’onore del Mar Mediterraneo. Teniamo la guardia nonostante le calamità naturali causateci dalle nostre montagne e dirupi, come anche contro le avversità storiche, perché occupiamo i luoghi di passaggio di correnti e aspirazioni politiche e culturali straniere”.

“Chiunque ci venga”, finiva Mestrovic il suo messaggio d’allarme, “lo accoglieremo volentieri come amico, fratello, ma nessuno come padrone.”

Ivan Mestrovic negli anni Trenta stava costruendo il suo palazzo a Spalato, a Meje, volendoci vivere, creare e trascorrere i suoi anni maturi in pace, nell’ambiente mediterraneo che da sempre, visto che era dalmata, lo attirava. La casa fu finita proprio prima della guerra, ma non era suo destino trascorrervi più di un anno.

Nel 1941 scoppiò la guerra anche in Jugoslavia. L’esercito italiano entrò a Spalato, prendendo il potere ed il governo. Mestrovic, come avversario del fascismo, era nella lista dei più noti cittadini che poco dopo sarebbero stati mandati nei campi di concentramento. Gli italiani non dimenticarono il suo ruolo nel disfacimento dell’accordo di Rapallo, quando l’Italia non era riuscita ad avere tutta la Dalmazia.

Inoltre Mestrovic era malvisto da Mussolini, perché all’epoca in cui Mussolini era giornalista respinse il suo invito a fargli visita, e per questo dovette abbandonare l’Italia.

Alcuni ufficiali italiani avvertirono in segreto Mestrovic del pericolo che incombeva su di lui, gli trasmisero il messaggio di Giovanni Papini, e, a quanto si dice, anche di Papa Pio XII, di allontanarsi da Spalato e dalla Dalmazia occupata. Perciò Mestrovic andò a Zagabria, invitato dallo scrittore croato e in quel periodo ministro ustascia Mile Budak, anche se egli, essendo democratico, e perfino francofilo ed anglofilo, non approvava il regime degli ustascia.

Non volendone promuovere l’ideologia e vedendo che per questo motivo anche a Zagabria era in pericolo, aveva intenzione di emigrare in Svizzera, ma fu anticipato ed imprigionato insieme all’amico pittore Jozo Kljakovic, sotto accusa perché sospettato di essere un massone, spia degli alleati e di aver avuto l’intenzione di fuggire. In prigione trascorse giorni difficili da malato, aspettando l’esecuzione. Furono in molti allora ad interessarsi della liberazione di Mestrovic, in patria e all’estero. Se ne occupò soprattutto il suo amico italiano Giovanni Papini, interessandosi presso le autorità statali ed ecclesiastiche per la sua liberazione.

Per la scarcerazione di Mestrovic intervenne anche come intermediario il Vaticano ed alcuni alti militari tedeschi. Queste mediazioni diedero risultato, e Mestrovic ritornò a casa, agli arresti domiciliari.

Allora Mussolini, con la mediazione dell’emissario italiano a Zagabria, Raffaello Casertano, invitò Mestrovic a Roma, dicendogli che gli aveva procurato il passaporto, e avrebbe protetto lui e le sue opere a Spalato dai “barbari”, facendogli ricordare che si conoscevano personalmente. Mestrovic respinse l’invito di entrare in Italia con passaporto italiano.

Poco dopo, nel 1943, Mestrovic ebbe l’opportunità di partecipare alla XXIII Biennale di Venezia, e di collocare da solo le sue opere tra quelle degli altri artisti croati. In seguito doveva realizzare alcuni bassorilievi precedentemente commissionati dal Collegio Pontificio Croato di San Girolamo. Questa fu una buona ragione per emigrare e non tornare più a Zagabria. A quanto pare la mediazione del Vaticano fu fondamentale, ma anche quella dello scrittore e ministro ustascia Mile Budak.

La partecipazione di Mestrovic a quella Biennale, dall’impostazione prettamente fascista, riscosse diversi giudizi nel mondo, ma per lo più negativi; quello, però, fu per Mestrovic l’unico modo per salvarsi la vita.

Inoltre gli è stato rimproverato di aver condotto personalmente attraverso la mostra croata il Re d’Italia, conosciuto in precedenza; ma non poté rifiutare, specialmente quando Re Emanuele gli disse che aveva scritto personalmente a Pavelic per richiedere la sua scarcerazione. Tra le numerose recensioni della sezione croata alla Biennale si distingue quella del poeta e critico d’arte italiano Libero de Libero, nella pubblicazione Documento. Mise in rilievo Mestrovic come scultore dai contenuti religiosi.

Miroslav Krleza, poco favorevole a Mestrovic, commentava sarcasticamente la sua mostra a Venezia.

“E’ successo che Ivan Mestrovic ha accompagnato alla XXIII Biennale di Venezia Sua Maestà il Re d’Italia e Imperatore d’Etiopia, e questo fu pubblicato nei giornali come una particolare vittoria della nostra cultura nel mondo.”

La stessa estate Mestrovic arrivò a Roma da Venezia e vi rimase fino all’estate del 1943, quando si trasferì in Svizzera.

Appena arrivato a Roma, il Duce gli rinnovò l’invito di andare a fargli visita a Palazzo Venezia. Mestrovic rifiutò anche questa volta, ma Mussolini, non riuscendo a crederci, cercò da lui una spiegazione scritta. Mestrovic gli scrisse allora questo messaggio:

“Lei capirà, Duce che non posso accettare il suo invito dopo che lei ha annesso il mio paese!”

Dopo un breve soggiorno all’Hotel Excelsior, Meštrović si stabilì nell’Istituto di San Girolamo, e lì incominciò il suo lavoro ai bassorilievi dei personaggi legati alla Dalmazia: San Girolamo, Papa Sisto V e Leone XIII. Fece anche visita al Papa, ringraziandolo per l’intervento nella sua liberazione dalla prigionia.

Meštrović amava Roma, il suo clima mediterraneo, la sua gente aperta e i suoi monumenti d’arte;  lì aveva incontrato anche molti conoscenti ed amici.

Ma la Roma della guerra, la Roma fascista, non era più quella di una volta, confortevole, aperta e allegra. La carenza, la fame e la dittatura, lasciarono traccia su tutta la società. Perciò Mestrovic si ritirò nel suo provvisorio studio conventuale all’Istituto di San Girolamo. Della vita di una volta a Roma, restavano solo gli incontri a casa Signorelli, l’amicizia con Papini, ma anche l’avventura amorosa con Ruzena Zatkova.

Dalle lettere alla moglie Olga, che cercava di portare a Roma con i suoi figli, veniamo a sapere, tra l’altro, che era in trattativa per allestire le sue mostre a Roma e a Milano, ma, anche se gli erano state promesse, non furono mai realizzate. Quell’estate, a causa dei suoi disturbi cronici, andò a curarsi a Montecatini.

Sebbene volesse portare tutta la famiglia a Roma, non poteva farlo perché senza fondi, ed aveva inoltre paura che il suo palazzo a Spalato e le sculture in esso presenti, finissero distrutte e portate via, se la famiglia le avesse lasciate incustodite.

Da Montecatini andò ad Assisi, dove era ospite dei francescani; lui stesso fu nel terz’ordine francescano, grande ammiratore del Santo di Assisi e tra questi frati minori si sentiva calmo e felice. “… Assisi si trova in una bellissima parte d’Italia” -  scrisse alla moglie Olga - “dove la spiritualità non è fuggita dalla natura, così come la natura non è rimasta estranea alla spiritualità. Sono stato proprio bene in questi due giorni; ho dimenticato tutto, tranne i bambini e te…”

Da Assisi si recò a Perugia, dove si fermò due o tre giorni, e poi tornò a Roma.

Nell’Istituto di San Girolamo era molto amico del dotto francescano Dominik Mandic, il quale nel loro economato generale gli assicurò anche un piccolo credito per la sua vita e per il suo lavoro a Roma nel 1942 e 1943. Fu amico anche di Frate Karlo Bralic.

Per poter modellare e scolpire i bassorilievi per l’Istituto, affittò lo studio di un pittore al Pincio, dove lavorava quotidianamente. Comunicava poco con la gente, tranne con coloro che venivano a trovarlo nello studio. Tra di loro vi erano i giovani scrittori croati Nizeteo, Lendic e Cihlar. Lì fece amicizia con il dotto professore di romanistica Krsto Spalatin, con il quale mantenne una corrispondenza fino alla morte. Finalmente anche il suo amico e collaboratore Joza Kljakovic riuscì a venire a Roma per eseguire i mosaici all’Istituto di San Girolamo.

Oltre ai connazionali, andavano a trovarlo anche gli artisti italiani che lo conoscevano e stimavano, come Libero da Libero, Leonardo Sinisgalli, Luigi Salvini ed altri. Tutti oppositori del regime fascista. Amici e conoscenti lo informavano continuamente della situazione in patria e della sua famiglia a Spalato. Approvò il matrimonio della figlia Marta con il figlio del suo amico Mirko Seper, anche se lei non aveva ancora finito il liceo.

Dalle lettere che quasi quotidianamente inviava ad Olga, veniamo a sapere della vita e del lavoro di Mestrovic a Roma.

Nell’autunno del 1942, sua figlia Marta si sposò e  in seguito andò a vivere con suo marito nella casa di Mestrovic a Zagabria, mentre la moglie Olga e i figli Marica e Mato gli fecero visita a Roma. Dopo un breve soggiorno, Olga e Mato tornarono a Spalato, e Marica, ancora ragazzina, rimase a Roma, dove venne iscritta all’Istituto Femminile “Villa Pacis” a Monte Mario.

Mestrovic fu invitato a tornare a Zagabria per assumere la carica di Rettore dell’Accademia delle Belle Arti, ma decise di non tornarvi più. Visitava la figlia Marica in convento e lei lo aiutava nel lavoro domestico. Lo preoccupavano anche le cattive notizie di suo figlio Tvrtko che, capriccioso e indisciplinato, aveva problemi con le autorità italiane e dovette lasciare la scuola. L’arcivescovo Stepinac, amico di vecchia data di Mestrovic gli consigliò di non tornare a Zagabria.

L’atelier a Roma era umido e il riscaldamento quasi inesistente e Mestrovic soffriva il freddo mentre lavorava. Prima di Natale andarono a fargli visita Olga e Tvrtko. Perciò lasciò l’Istituto e si stabilì con la famiglia nell’albergo Eden, in via Tomacelli, dove soggiornarono fino alla partenza per la Svizzera nell’estate del 1943. Nel palazzo a Meje rimase il suo amico Milan Curcin con la sua famiglia, e nello studio di Spalato lavorava il suo migliore studente  e collaboratore, il giovane scultore Andrija Krstulovic, e perciò poteva stare abbastanza tranquillo.

A Roma incontrò anche l’arcivescovo Stepinac, che andò dal Papa per lamentarsi dei crimini commessi dai fascisti tedeschi ed italiani, e dagli ustascia croati.  In quel periodo Mestrovic fece il ritratto di Papa Pio XII.

Nell’estate del 1943, poco prima del crollo del fascismo, dell’occupazione tedesca e delle giornate difficili che avrebbe vissuto l’Italia,  Mestrovic capì che la sua vita e il lavoro in Italia, dove viveva con la famiglia, non erano più sicuri: con l’intervento del Vaticano riuscì ad avere il visto per la Svizzera, e dopo un breve soggiorno a Gstaad, si stabilì a Losanna, dove trovò anche un piccolo studio nel quale lavorò ai bassorilievi in legno sulla vita di Cristo. Trascorsero le vacanze nella casa di campagna del piccolo villaggio Villars. Nell’autunno del 1944, i Mestrovic si trasferirono a Ginevra, ma lì lo scultore non aveva uno studio. Nel 1945, una grave malattia alle vene delle gambe lo costrinse per lungo tempo a letto.

Nel maggio del 1946 Mestrovic tornò di nuovo a Roma, ma, costretto a letto a causa della sua lunga malattia, poteva solamente disegnare e scrivere i suoi Colloqui con Michelangelo.

Dopo la fine della guerra Ivan Mestrovic non concordava con l’ideologia del nuovo governo comunista nella sua patria.

Sperava comunque di poter arrivare a qualche compromesso; cercò di persuadere Macek di provare a negoziare con Tito, ma questo non gli riuscì perché i comunisti non volevano dividere il potere con nessuno. Dopo aver saputo dei crimini a Bleiburg, perse ogni speranza di poter convivere con il comunismo in Jugoslavia e decise di non tornare in patria, anche se lì aveva la sua casa e i suoi studi di Zagabria e di Spalato, e le commesse dello stato promessegli da Tito nel caso fosse ritornato. Nella seconda edizione delle sue memorie del 1969 a Zagabria, è stato escluso il capitolo “ I Crimini dei Partigiani in Croazia”. Sua figlia Marta fuggì con il marito dopo l’arrivo dei partigiani, e poco dopo morì in America, in conseguenza della faticosa fuga affrontata. Il figlio Tvrko rimase a Zagabria, però essendo di per sé confuso, e in più in cattiva compagnia, finì tragicamente suicida*.La figlia Marica si sposò e visse a Buenos Aires.

Anche se era stanco della vita da profugo, Mestrovic comunque decise di non tornare nella  Jugoslavia di Tito. L’Accademia Americana gli mise a disposizione uno studio al Gianicolo, del quale fu molto contento, e così dopo essere guarito poté creare anche statue più complesse. Questo fu anche il risultato dell’intervento della sua amica scultrice americana Malvine Hoffman, che in seguito riuscì a farlo andare in America.

La vita nella Roma del dopoguerra era diversa. Lo accolsero calorosamente i Signorelli e i rimanenti amici romani. Olga restò in Svizzera con i figli ancora per un po’, fino alla fine dell’anno scolastico, dopo di che tutti lo raggiunsero.

 

"Pietà Romana", 1946, marmo, 250 cm, Sacred Heart, Notre Dame University, South Bend; Stati Uniti d'America. (Bronzo, Musei Vaticani, Roma)

 

Anche se in quell’occasione trascorse a Roma solo otto mesi, lavorò con molto entusiasmo nel nuovo studio, e fece una decina di sculture, tra le quali anche La Pietà Romana, ispirato dal nuovo incontro con le opere di Michelangelo. 

 

L’aveva iniziata nel 1942, prima della precedente partenza da Roma, e la terminò in questo periodo nello studio del Gianicolo. Rifatta in marmo di Carrara, venne in seguito esposta al Metropolitan Museum di New York e finalmente collocata nella chiesa dell’Università Notre Dame in America. Il modello in gesso sarà donato alla Galleria Mestrovic di Spalato e la copia in bronzo ai Musei Vaticani. Nel 1950 fece un grande bassorilievo della Stigmatizzazione di San Francesco per la nuova chiesa francescana a Roma al Gelsomino.

 

Sebbene Mestrovic vivesse e lavorasse bene a Roma, le commesse nell’Italia impoverita dalla guerra non c’erano, e lui aveva a suo carico non solo la sua famiglia, ma anche i parenti a Otavice. Perciò accettò l’invito di trasferirsi temporaneamente negli Stati Uniti, dove l’Accademia Americana delle Scienze e delle Arti organizzò al Metropolitan Museum una sua mostra: era la prima volta che vi esponeva un’artista vivente.

Avendo finito la grande Pietà in marmo e alcune grandi sculture per la mostra a New York, nel gennaio del 1947 si recò in America, sebbene questo nuovo mondo non lo avesse mai attratto.

Anche se non intendeva stabilirsi definitivamente in America, volendosi sistemare in qualche parte dell’Italia, paese più vicino alla sua patria per clima e mentalità mediterranea della gente, accettò l’invito di insegnare scultura all’Università di Syracuse, e poi alla Notre Dame di South Bend, dove rimase fino alla sua morte nel 1962. Tornò per una breve visita in patria poco prima della morte, nel 1959. Regalò al suo popolo la casa di Zagabria e il palazzo di Spalato, con le sculture che vi sono dentro, così come il Mausoleo di famiglia di Otavice. Nel 1984 tre sculture di Mestrovic sono state mandate alla mostra Le Arti a Vienna , tenutasi nel Palazzo Grassi a Venezia.

Anche se nel catalogo fu riprodotto Marko Kraljevic di Mestrovic, le sculture arrivarono troppo tardi, e perciò furono esposte in modo indecoroso all’entrata della mostra.

La nuova generazione in Italia ha completamente dimenticato Mestrovic, in passato così celebre e lodato. I nuovi storici d’arte, propagandando l’avanguardia contemporanea, specialmente l’arte non figurativa, non hanno  introdotto Mestrovic nei compendi d’arte moderna oppure lo menzionavano solo di passaggio.

Le mostre retrospettive delle opere di Mestrovic in occasione del centenario della sua nascita nel 1983 a Zagabria, e poi nel 1987 a Berlino, Zurigo, Vienna e Milano, di nuovo ricordarono al pubblico mondiale la grandezza della sua arte; ma, accanto a molte lodi, nelle riviste artistiche ci sono state anche delle svalutazioni  delle sue opere, considerate conservatrici ed eclettiche.

Per iniziativa dell’estimatore  di Mestrovic, il critico d’arte italiano Mario De Micheli, è stata allestita una sua mostra anche a Milano, al Palazzo Reale, nel settembre del 1987. Fu allora che gli italiani, almeno quelli della generazione più vecchia si sono di nuovo ricordati della sua presenza nel loro ambiente, e lo stesso Mario De Micheli ha contribuito a rivalorizzarne l’arte con la prefazione al catalogo della mostra e una lezione che aveva tenuto a Zagabria. L’editore Vangelista di Milano pubblicò il catalogo della mostra con una bella veste tipografica, dove scrissero di Mestrovic,  Gillo Dorfles, Tonko Marojevic e Marina Gerosa.

“Una personalità prorompente e complessa: questo è Ivan Mestrovic” scrisse Mario De Micheli nel testo introduttivo del catalogo con il titolo “Il Sogno nella Pietra”. “Scultore sì, ma anche architetto, poeta, scrittore, uomo politico…. Egli entrò nella cultura europea con prepotenza, con straordinarie doti di energia e di candore creativo. Ogni incontro con la storia dell’arte del passato fu per lui come una sorta di rivelazione, fu più uno scontro che un incontro. Rilesse gli assiri, i babilonesi, gli egizi, i greci, gli esempi rinascimentali senza mediazioni. Ne fu folgorato come un barbaro davanti alla scoperta improvvisa di una ricchezza e di una bellezza insospettate. Nessun altro scultore all’inizio del secolo ebbe la sua potenza. Davanti alla sua forza primitiva ogni altra considerazione sui riferimenti, o sui rimandi o sugli echi della sua opera, restava sopraffatta.”

I giornali italiani hanno accompagnato la retrospettiva delle opere di Mestrovic con numerose recensioni.

Sulla mostra scrissero Luisa Samaiani, Paolo Rizzi, Marina De Stasio, Giuseppe Turron, Ugo Rosso, Giovanni Anzani, Adelaide Murgia, Rossana Bassaglia, Luciano Caramel, Vittorio Sgarbi ed altri.

Durante i numerosi soggiorni a Roma, fece molte sculture, tra le quali alcune di particolare rilievo.

Questo articolo biografico non ha come scopo la descrizione e l’analisi di tutte queste opere, perché non era nelle intenzioni, né lo spazio a disposizione glielo permettono. Perciò mi limiterò ad annoverare le opere più significative che Mestrovic fece in Italia, circa cento, dal 1911 al 1915, poi nel 1918, 1942 e 1946:

 

1911: Sculture del ciclo di Kosovo per l’Esposizione Romana: Combattente, La figura alata I, II, Leone I, II, Il suonatore di gusle, La figura per il portale, Le causole decorative ecc., La ballerina I, II, La vedova con bambino I, III; 1912: Autoritratto I, II, III, Studio per il monumento a Dositej Obradović, Studio del cavallo I, II; 1913: Pastore con piffero, Leonardo Bistolfi, Maria Banac, Pietà, Bassorilievo, Il modello del Tempio di Vidovdan, La medaglia (I vendicatori di Kosovo), 1914: Pietà, Studi, Ragazzo, Ragazza, Ruzena, Maria Signorelli I, II, III, La signora Pica, Karmen Milacic, Giovanni Evangelista; 1915: Auguste Rodin I, II; 1918: La ragazza con violino, La ragazza con liuto I, II, III, Donna con violino, Accordi lontani, La crocifissione I, II, Papa Leone III, Papa Sisto V, Papa Pio XII, S.Girolamo, Bassorilievo; 1946: Prometeo, Torso maschile, Dr, Angelo Signorelli, Persefone, Atlantide, Gioventù allegra, Il grido, S. Giovanni, La testa, La stigmatizzazione di S. Francesco, L’autore dell’Apocalisse, Giobbe, Maternità , Pietà Romana.

 

Oltre alle opere menzionate fece numerosi ritratti di uomini e donne e piccoli studi per le sculture.

A Carrara finiva di scolpire ciò che veniva modellato altrove.

 

Traduzione dal croato all'italiano:

Prof.ssa Dunja Kalodera


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*Sulla tragica scomparsa di Tvrko M. non ci sono ancora oggi delle versioni attendibili e documentate.

 

       

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