Mitovi i junaci jugoslavenske zemlje u složenoj Meštrovićevoj plastici - EPIKA U MRAMORU

    “La Provincia”, 3. listopad 1987.
 

 

 

Arturo Martini je govorio da “modernost nije dosjetka, već uvijek iznova otkriti dušu stvari” i da ”modernost ne postoji. Vječnost sam tražio. Vječnost se dostiže samo onda kada je umjetnost potpuna“, također je i Ivan Meštrović želio reći nešto slično. ″Potrebno je biti ljubitelj vječnosti, barem toliko da jedno umjetničko djelo bude njena sjena!“. Duhovnost i vječnost je ono što žele prikazati 72 skulpture u mramoru, bronci i drvetu jednog od najvažnijih jugoslavenskih prvaka europske skulpture dvadesetog stoljeća -Ivan Meštrović- prisutne na izložbi postavljenoj u Milanu u prizemlju Kraljevske Palače, otvorena za javnost od 25. rujna do studenoga.

   

 

Ova široka smotra je prva retrospektiva o umjetniku koja se održava inozemno nakon 25 godina od njegove smrti, a organizirale su je Gradske zagrebačke galerije u suradnji sa Uredom za kulturu poglavarstva Grada Milana.

Mario De Michelli  tako piše u katalogu u izdanju Izdavačke kuće Vangelista: «jedna prodorna i složena ličnost je ovaj Ivan Meštrović. Kipar da, ali isto i arhitekt, pjesnik, pisac, političar.... Meštrović je ušao u Europsku kulturu nadmoćno, sa izvarednim sposobnostima, energijom i kreativnim isijavanjem. Svaki susret sa poviješću umjetnosti za njega je bio svojevrsno otkriće, bio je to više sudar nego susret.»

Ivan Mestrovic nasce il 15 agosto 1883 a Vrpolje in Slavonia. Sin da piccolo rivela un’innata e spontanea inclinazione verso la scultura. Si iscrive ad una scuola artigiana e lavora a bottega da uno scalpellino a Spalato. Nel 1900 si trasferisce a Vienna e riesce ad accedere all’accademia di belle arti. Lo studio dell’arte greca arcaica, assira ed egiziana e lo stimolante incontro con il clima culturale e artistico europeo dei primi anni del 900’, con la Secessione, le teorie di Hildebrand soprattutto con l’opera di Rodin, sono gli elementi che maggiormente contribuiscono all’arricchimento e alla maturazione della sua arte. Aperto alla suggestione e al fascino di forme giŕ individuate, Metrovic avverte creativamente le qualitŕ scultoree d’artisti contemporanei e di maestri del passato, inserendo alcune clausole formali nel vivo della sua poetica. Esegue le prime opere quali “La fonte della vita” e “Il monumento a Luka Botic”. In mostra, infatti, č presente primo lavoro del 1906: si tratta di una fontana in bronzo collocata davanti al Teatro nazionale di Zagabria. Significativa č anche la scultura in pietra del 1898 “Bosniaco a cavallo”.

Nel 1907 Mestrovic lascia Vienna e si stabilisce a Parigi: č il periodo in qui raggiunge la pienezza creativa e coincide con la fase “eroica” della sua arte. Dal 1908 al 1914 realizza il progetto del Tempio di Vidovdan e le numerose sculture del ciclo di Kossovo. Partecipa a numerose mostre, ma particolarmente importante č l’Esposizione dell’arte mondiale a Roma nel 1911. Nel ’14 č alla Biennale di Venezia. Nella rassegna milanese spiccano opere quali “Mia madre”, “Ricordo” del 1908, “Autoritratto” in bronzo del 1911-12, ‘Testa di Cristo”in legno del 1913 e “L’artista al lavoro, Auguste Rodin” in bronzo del 1914.

Si trasferisce con la famiglia a Nizza nel 1916 e nel 1917 a Ginevra. Qui realizza alcune opere in legno di natura religiosa come “Madonna con Bambino”, i primi sei bassorilievi della “Vita di Cristo” e il grande “Crocefisso”. Nel 1922 si stabilisce a Zagabria dove contribuisce alla fondazione della galleria d’arte moderna e accetta l’incarico di rettore della scuola artistica. L’intervallo tra le due guerre rappresenta per l’artista jugoslavo il periodo della piena maturazione artistica. Esegue infatti sculture monumentali pubbliche quali “Marko Marulic” e “Grgur Ninski” a Spalato e il “Monumento di ringraziamento alla Francia” a Belgrado.

Accanto a queste opere di carattere pubblico - celebrativo Mestrovic crea una serie di sculture in marmo stilisticamente riconducibili alle forme michelangiolesche “Psiche” (1927), “Riposo” (1929) e “Attesa” (1929), visibili in mostra.

La sua partecipazione č un po’ ovunque, persino al Brooklyn Museum di New York e in tale occasione gli viene commissionato il “Monumento agli indiani”, collocato subito nel 1925 nel Grand Park a Chicago. La dura esperienza del carcere durante l’occupazione tedesca in Jugoslavia nel 1941 lascia in Mestrovic tracce profonde che si rifletteranno successivamente nelle sue opere, quali “Giobbe”, “ Atlantide” e “Persefone” del 1946. Vive a Roma nel 1947 e nel 1955 si stabilisce definitivamente negli Stati Uniti, nell’Indiana, a South Bend, dove muore il 16 gennaio 1926, mentre sta lavorando nel suo studio.

“L’unica strada per poter essere artista č quella del lavoro” ha detto una volta Ivan Mestrovic, ed č il credo a cui ha tenuto fermamente fede per tutta la sua vita.

Ugo Lo Russo

 

 

Due momenti del suo lavoro, ora documentati a Palazzo Reale: dalla cultura mitteleuropea al monumentalismo

 

I miti e gli eroi della terra iugoslava nella complessa plastica di Mestrovic

 

La mostra di Ivan Mestrovic č un avvenimento culturale di rilevante importanza, pur se l’opera dello scultore slavo (Vrpolje, Slavonia, 1983; South Bend, Indiana, 1962) non puň certamente essere considerata né piacevole né difficile impatto.

Quella di Mestrovic č infatti una scultura complessa e problematica quanto mai, la quale inizialmente, durante i primi decenni del secolo, si colloca nel contesto della piů vivace cultura del tempo, tra Vienna e Parigi e, in una fase successiva, dopo la prima guerra mondiale, in sintonia con quanto si verifica nell’area europea, dai Paesi del nord al mediterraneo, si normalizza e stabilizza in una linea di tendenza monumentale, con la realizzazione di gigantesche figure, marmoree i bronzee, che fanno dello scultore slavo il piů significativo esponente di una tendenza artistica intesa a incarnare e a esprimere un’ideologia. Un’ideologia, quella di Mestrovic, che si configura nella celebrazione eroica dei miti della sua terra e della sua gente la quale, pur se affrontata in un clima di approccio epico - popolare come gia nel ciclo di Kossovo, maturato fra il 1908 e il 1914 dietro l’ispirazione dei canti nazionali e delle leggende che sintetizzano gli ideali slavi e le fasi piů rimarchevoli della storia di questo paese, finisce tuttavia per rendere spesso le immagini fin troppo solenni, ai limiti della retorica e della magniloquenza.

Il che costituisce certamente un limite dell’operazione artistica dello scultore slavo, ma anche la sua peculiaritŕ ove si consideri il clima nel quale matura il lavoro dell’artista, un clima, quello bosniaco di inizi Novecento, ancora dominato dai richiami delle saghe e del folclore locale ed appunto in questo contesto che va rintracciata, scrive giustamente Dorfles nel bel catalogo che accompagna la rassegna (Vangelista editore), “l’origine della volontŕ mitopoetica di Mestovic e delle motivazioni di tante sue opere, che oggi magari ci appaiono eccessivamente legate a una magniloquenza mattuale ma che rispecchiano l’osmosi tra l’anima contadina ereditata dagli avi e l’anima eroica che lo spinse ancora adolescente a realizzare l’immensa serie delle sue figure piů tipiche o addirittura i templi e i musei progettati secondo un concetto architettonico come il Tempio di Vidovdan “lontano da ogni tendenza avveniristica, ma tutto proteso alla magnificazione e alla celebrazione dei personaggi cui erano destinati”

Gli anni dei primi due decenni del secolo restano, comunque quelli piů fervidi di proposte e di risultati: č questo il momento in cui l’artista si avvicina in piena autonomia linguistica, al clima delle Secessioni rimeditando in termini nuovi l’arte arcaica e riscoprendo Rodin alla luce di una piů accentuata plasticitŕ architettonica. Ed č vero similmente la statuaria di Rodin a spingerlo nel 1907 a Parigi, dove l’artista raggiunge i momenti piů alti della sua espressione linguistica attraverso soluzioni plastiche di una libertŕ e di una sicurezza di taglio compositivo ormai decisamente “oltre” ogni imprestito stilistico. E conseguentemente, tra il 1911 e il 1915 ecco i primi grandi successi in campo espositivo: a Roma, dove consegue, all’Esposizione dell’arte mondiale, il premio per la scultura (1911), a Venezia, alla Biennale (1914) e, nel 1915 a Londra, al Victoria and Albert Museum, in una rassegna che, organizzata proprio durante gli anni delle guerra, viene immediatamente strumentalizzata da chi aveva interesse a creare uno stato slavo sulle rovine dell’impero Asburgico, in senso politico e propagandistico. L’opera dello scultore, valutata indipendentemente dalle sue qualitŕ linguistiche, viene infatti considerata in chiave “eroica”, come compiuta espressione del genio popolare slavo: č la codificazione di quella lettura acritica della plastica di Mestrovic, del resto giŕ affiorata da qualche anno su versanti contrapposti, ora di scoperto rifiuto (Cecchi, 1911) , ora di tono apologetico (Cozzani, 1914) di cui ci informa puntualmente De Micheli nell’impegnato saggio introduttivo alla mostra.  Ma della strumentalizzazione della sua opera in senso eroico apologetico ci da indicazione, meglio di altro, lo stesso Mestrovic il quale, infatti, giŕ nel 1917, dopo il trasferimento a Ginevra, realizza lavori lignei di natura religiosa introduttivi a quella produzione emblematica di una maturazione interiore che nel medesimo anno si esplica compitamente in una serie di sculture di vena intimistica, dalla linea musicalmente stilizzata e morbida secondo una cifra, dunque, di intenzionalitŕ decorativa, maturata sull’esempio dei grandi maestri delle Secessioni, da Klinger e Hodler e a Klimt, espressiva di un modo di partecipazione alle vicende umane in termini sostanzialmente antieroici, lirici e appassionati, una cifra in netta opposizione a quel gigantismo incombente e ossessivo, di derivazione michelangiolesca, che contrassegna l’altro versante del registro plastico di Mestrovic sottolineandolo, peraltro, con un’eccezionale robustezza plastica e distinguendolo in modo ben marcato dai risultati spesso ricorrenti nella statuaria del tempo, intenzionalmente monumentale e inevitabilmente retorica: e vengono in mente, tra gli autori che hanno un percorso in certo senso parallelo a quello di Mestrovic, per quanto concerne i fatti di casa nostra, i nomi di Bistolfi e di Wildt i quali, partiti da esperienze maturate all’interno del simbolismo protonovecentesco, approdano nel cuore degli anni venti, nel clima di restaurazione classicista del momento, a un monumentalismo che si richiama in modo fin troppo scoperto a Michelangelo.

Giovanni Anzani