Ateliers degli artisti

Ivan Meštrović e il Tempio di Kossovo

   “L’Italie”, Roma 28 giugno 1913
 

  

 
"Vedova" / "Udovica" 1907

Se l’Esposizione del 1911, a Roma, non avesse avuto altro merito tranne quello di averci fatto conoscere le opere e il nome di Ivan Meštrović, essa avrebbe trovato comunque in questo la sua giustificazione. Tutti quelli  che, senza cataloghi e senza indicazioni preliminari, penetreranno nel padiglione serbo, avranno la gioia di scoprire una potente personalità artistica.

I frammenti della decorazione del tempio di Kossovo, dimostrano, allo stesso tempo, la volontà dello scultore di fare qualcosa di grande e il suo desiderio di creare un’opera nazionale. Mai un esempio più bello della prodigiosa forza del genio, che porta l’uomo fuori dall’ombra, fino alla luce più piena, è stato fornito come dalla carriera di Ivan Mestrovic

   

 

Figlio del popolo, è rimasto durante tutta la sua giovinezza in costante contatto con la natura, nelle campagne di quella Dalmazia dove visse, egli fu innanzi tutto il piccolo contadino che, con la punta di un coltello, incideva con l’istinto dell’essere primitivo delle cassette rustiche. Come poté innalzarsi fino alla sua coscienza di un’arte così profonda e vasta? Prima di tutto, grazie alla meditazione su se stesso e successivamente tramite la meditazione sulla sua razza.

Al di sopra della massa oscura del popolo serbo, un artista si è innalzato; ma del dono che egli possiede, non ne fa uso per degli scopi personali. Egli consacra la sua arte al popolo da cui proviene, al quale è legato dai mille vincoli che formano la coesione etnica; egli celebra la sua razza la cui storia egli conosceva per mezzo dei canti popolari e delle leggende orali che sono delle epopee; ed essendo consapevole del fatto che sia la sua razza che il suo popolo non hanno un luogo di riferimento dove poter consacrare la loro unità di ricordi e di desideri, egli intraprende la costruzione del tempio nazionale che essi non hanno.

Quest’idea grandiosa, è stato un giovane uomo poco più che ventenne ad averla, e che con tenacia l’ha imposta e l’ha fatta trionfare. Il padiglione serbo del 1911 conteneva numerosi frammenti del Tempio di Kossovo; ma non ci si poteva rappresentare nettamente l’insieme dell’edificio. Bisognava fare un modello del monumento. Ivan Mestrovic l’ha eseguito ed è appena venuto ad esporlo nel suo atelier di via Flaminia.

Questo modello, al cinquantesimo, mostra che lo scultore è anche un abile architetto, ed impressiona a sua volta per la sua massa, per l’armonia delle sue proporzioni e dalla stranezza di questa armonia. Stili diversi si fondono senza urto.  Un’arte molto raffinata, ma che ha a momenti una barbara rudezza, ha potuto solamente assemblare in questa unità le differenti parti del tempio: portici con delle tozze colonne che dei fregi di marmo verranno ad illuminare, una cupola la cui curva è scomposta in linee spezzate, un grande viale che conduce al centro del tempio, che fiancheggiano delle enormi cariatidi, la portata controllata da sfingi alate. Si immagini questa massa colossale di granito e di marmo in cima ad una collina, dominante la pianura di Kossovo e sovrastata essa stessa da una torre di più di cento metri di altezza. Il punto di facciata. Da qualsiasi parte si arrivi, la vista afferra un insieme. 

 

   

Così, sugli alti piani, un popolo, allo stesso tempo giovane e molto vecchio, verrà grazie ad uno dei suoi figli, illuminati dal genio, a comunicare con le anime dei propri morti ed a evocare lo splendore trionfale del futuro. Sarà questa, per Ivan Mestrovic, l’opera di tutta la sua vita. Egli ha avuto, del resto, la fortuna di essere capitato in un’epoca favorevole, in un’epoca di lutto e di entusiasmo, in cui l’idea di nazionalità è divenuta ancora più forte in seguito alle vittorie riportate dai serbi sui loro nemici ereditari: i turchi.  Non c’è più bel poema che quest’opera, in cui l’individuo impiega tutte le proprie forze per celebrare la tradizione.

 

 Non c’è un’idea più grandiosa che il voler manifestare in tal modo, l’unità di una  razza, la forza di un popolo nelle difficoltà e nella gioia.Ebbene Ivan Mestrovic è l’uomo di una simile opera. Una luce pensante brilla nel suo sguardo, la sua modesta nasconde a mala pena la sua potenza creatrice. Egli parla poco. Lavora. E’ una forza attiva. Tutto il ciclo storico e leggendario della sua patria etnica, acquista per lui una completa realtà. Egli fa gridare di dolore i volti dei suoi eroi  e delle sue eroine, conferisce ai loro muscoli l’abbandono disperato che comunica l’eccesso della sofferenza; ma egli sa anche indurire brutalmente il loro profilo, contrarre le loro mascelle, incavare le loro guance, far sporgere le bozze delle loro fronti, nel fare degli esseri di preda e di vendetta, e innalzare il colossale, mostruoso, epico Marko Kraljevic, nudo sul suo cavallo da guerra, Marko, il simbolo stesso del popolo serbo.

In alcuni suoi nudi, egli raggiunge la perfezione dei più bei marmi greci. Si confronti particolarmente una delle sue “Vedove” alla "Venere di Siracusa", e si comprenderà che l’arte di Ivan Mestrovic che sembra così distante dall’arte classica, tuttavia si rifà ad essa in molti punti.

Vicino al modello del tempio, in un angolo dell’atelier, si innalza una cariatide: Essa è stata ottenuta da un tronco di noce dallo scultore, durante un soggiorno in campagna, a casa dei suoi genitori. Essa respira il sano vigore delle cose nude e semplici. E quando penso ad Ivan Mestrovic, lo immagino così, mentre scolpisce, con taglio sicuro, nel blocco nudo della storia, i gruppi e i bassorilievi del Tempio di Kossovo, con la stessa tranquilla certezza che nel suolo della sua casa natale, egli trasse dal bosco informe, un’immagine di calma e di forza.

R. De Nolva

Tradotto dal francese: Carla Piermarini