Il trionfo delle esposizioni
   “Il Giornale d’Italia”, Roma 11 aprile 1911
 

  

 

 
"Timor Dei" 1904, gesso / gips

Gli eroi di Kossovo e il Craglievic Marco sono oggi glorificati a Roma in un padiglione di Valle Giulia, costruito a modo di tempio e visitato da una sfinge; e i glorificatori son serbi e croati, dalmati e montenegrini, stretti insieme ad un patto di risorgimento e di indipendenza. Bellissimo il patto e nobile il proposito, ma veramente uno solo di questi artisti è parso il creatore di nuove forme. Ivan Mestrovic, un dalmata di Sebenico, figlio di pastori e guida di pecore nei suoi anni infantili. Egli ha assunta l’impresa di suscitare un popolo dall’arte e ha disegnato il tempio di Kossovo con dentro una teoria di giganti. Scultore da paragonare al Rodin, avente in sé un po’ dello spirito di Michelangelo – e questa è verità, non è lode – il Mestrovic nelle centinaia di busti e di teste esposte nel padiglione serbo, mostra pure i segni delle diverse scuole che ha studiate, dall’egizia ed assira alla francese del Rodin e del Bartholomé,

   

da quella pastorale e paterna dell’intaglio in legno a quella austriaca, ma i segni disciplina nel suo intelletto a un sol fine di arte. E guardatela la sua arte nel tempio agli eroi  di Kossovo: su l’entrata è una sfinge dal corpo femineo imbestialito, con le labbra chiuse e gli occhi fissi alla fatalità, raccolti i capelli sulla testa alla moda assira; due fila di cariatidi a destra e a sinistra, stilizzate o quasi informi sino alla cintola secondo i modelli orientali e audacemente feminee nel petto e nei volti sorreggono le travi del tempio. Dentro il quale, se i serbi vorranno che sia compiuto, saran messi gli eroi, gli schiavi e le vedove che sono sparsi nelle sale del padiglione, a comporre una sola opera non continua. E dico non continua perché il Mestrovic vuole che molte statue restino frammentarie, come sono frammentari molti canti dell’epopea serba. Gli eroi! Guardate la statua ignuda di Marco Craglievic, e ditemi se non vi sembri uscita d’improvviso per virtù divina dal suolo ignoto di un gran popolo ingenuo e selvaggio. Qui le diverse qualità dello scultore si son fuse: la conoscenza perfetta dell'anatomia, la lignea durezza di certi particolari, la perfetta stilizzazione dei capelli umani e delle criniere e  delle  code equine, e sovratutto la spontanea  forza d’unità  ond’egli sembra trarre i suoi lavori d’un colpo dalla massa materiale. Il nitrito e lo scalpito del cavallo e il gesto incomposto dell’eroe di torace ampio e di faccia solcata da rughe – pensierosa, dolorosa, volenterosa – si esprimono continui dal gruppo, non gruppo veramente, ma statue, poiché cavallo e cavaliere sembrano una sola selvaggia creatura. 

 

   

Nel tempio, secondo scrive in un articolo dell’”Emporium” Leone Planiscig, sarà un affresco che rappresenterà gli eroi caduti e avrà intorno le sculture delle vedove, più nude quanto più prossime ai monti “come quelle egizie che avvicinandosi al tempio si spogliavano”, diversa ciascuna di sentimento, tormentata ciascuna da un dolore suo proprio. E molte vedove son qui, una con un bambino tra le braccia; una raccolta nella sua divina nudità classica (e ha le braccia tagliate come un frammento di statua antica) a ricordare l’amore dello sposo; altre smemorate dal dolore, altre strette in uno strano abbraccio di strana lussuria. 

   

 

E per tutto, gesti d’eroi, d’eroi feriti e d’eroi nell’atto di correre e combattere, meravigliosi nell’impatto come Milos Obilic o espressivi d’odio contro i turchi nelle linee del volto come “Sergio dal cattivo sguardo” che sembra aver raccolto nel solco delle sopracciglia corrugate, nella linea tagliente del naso e nell’apertura breve della bocca la suprema volontà di vendetta. Le due fila di cariatidi conducono ad una rotonda a duomo in mezzo alla quale è il monumento di Marco Craglievic; intorno son bassorilievi di turchi e negli spazi delle porte son numerose teste turche effigiate a dispregio entro tanti quadri, e sorretti i quadri da vigorose e tristi figure di schiavi serbi.

Ho parlato di un gruppo lussurioso; ebbene, non una sola volta si mostra tale il Mestrovic, né solo in questa mostra.

Tra i suoi lavori giovenili vi è “Un vecchio lascivo”; tra questi della maturità è il “Lacoonte moderno (ritraente dell'arte di Augusto Rodin) nudo con attorta intorno il corpo in un supremo atto vitale una donna invece dei serpenti. Ma è lussuria, codesta, di uomo sano, esuberante, ingenuo; e rende ragione della diversità dell’opera di Mestrovic, a volte idealista fino alla stilizzazione, a volte cruda e realista come non è possibile più, e cito ad esempio il nudo orrido di Vecchia”. E del resto guardate i due modi nella figura intera e nella testa della madre dello scultore. Vorrei parlare di tutte le opere del Mestrovic, ma il tempo mi manca; vi è una Testa di donna delicatissima accanto al Busto del pittore Medulic e al ritratto del padre meraviglioso di durezze e ricordante gli intagli in legno; specchio della parvente contraddizione e della sostanziale unità dello spirito dell’artista.

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Insomma, in questo padiglione serbo non si mostra forse ancora un popolo artista; ma si manifesta nell’opera di un solo artista un popolo intero. Ivan Mestrovic è un creatore.  

Goffredo Bellonci