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Cosa
son mai davanti a ciò le tragedie, i poemi mitologici od epici che noi
sentiamo adesso con uno spossante ed imponente sforzo cerebrale?
Qui
si vede, qui si tocca con mano come la nostra civiltà, già troppo
lontana da ciò che fu a’ tempi eroici, deve aver il coraggio di
rinunziare definitivamente alla loro reincarnazione; che ci riesce muta
o grottesca: manierata ed insensata sempre.
Dio
mio, che sgomento a dover fissare in brevi e frettolose note ciò che
meriterebbe un libro ed un libro che fosse poema! Ah, lasciatemelo dire
sotto l’impressione immediata e col coraggio di chi non ha paura a
riconoscer se stesso; noi tutti del bacino mediterraneo occidentale e di
quello nord-atlantico, noi tutti civili e liberi siam gente troppo dotta,
vissuta, raffinata: scienza, coscienza e civiltà hanno finito per
deprimere, livellare, distruggere naturalezza, subcoscienza, sensibilità;
siamo davanti a costoro, come una stirpe di signori che ha lineamenti
aristocratici e finezze di esperienza, ma non ha più né muscoli, né
volontà, siamo una gente che scende per l’altro dell’altro versante
della montagna della storia e della vita, mentre costoro si arrampicano
su per il versante opposto con una violenza inaudita.
Oltre
a ciò la meravigliosa esposizione, così povera di dottrina e così
ricca di forza, ispirazione e passione, ha due caratteri, uno frequente,
sebbene non troppo, e l’altro che è unico. Ha il carattere nazionale
evidentissimo che elimina ogni idea di conglomerati e di
antecedenti: ed ha poi
un vero
e proprio – tanto
più prezioso
per
quanto
meno voluto – carattere
politico: una orma costante di rivolta e speranza, di dolore e d'odio,
che potrebbe far fremere (io faccio qui esame d’arte e posso parlar
sincero) i vani tentativi di rinnovamento cerebrale, scolastico,
accademico, privi di un contenuto nazionale, deboli di vita, di
un’altra mostra assai vicina a quella della Serbia.
Il
grande regno di Dusciano, re e zar dei Serbi e dei Greci, conquistatore
dei Balcani. Il di cui impero nel secolo XIV scendeva fino al mare
Adriatico, fu pari a quello di Alessandro il Macedone e di Napoleone il
Grande, così nelle vittorie, come nella sua fine prematura.
Il
regno dei Nemagna cade nella fatale battaglia di Kosovo (1389). Ecco
l’invasione turca che poi si stende in Croazia ed Ungheria: e comincia
il martirio del popolo serbo, durato quattro secoli. Furono i primi, i
serbi, i più vicini, i più ferocemente trattati dalle barbarie arabe
prima e poi mongoliche e tartare.
Pochi
esempi vi sono di popoli eroici e liberi trattati con più crudele
signoria. Il sangue che si versava ogni giorno sui pali, sotto le
mannaie, nelle terre spopolate, deserte, ogni gloriosa traccia del
passato distrutta a ferro e fuoco, le fanciulle violate, rapite,
l’armata dell’oppressore composta ormai di uomini che da fanciulli
erano stati rubati alle madri serbe per poi essere scristianizzati ed
evirati, tutto questo inferno di secoli avrebbe distrutto qualunque
nazione non fosse stata fortissima: ma non riuscì a distruggere
l’invitta Serbia.
Dove
il miracolo fu compiuto dalla poesia,
frutto, a sua volta, delle mirabili energie della razza. I
canti nazionali serbi, che quel popolo rassomiglia ai canti di Omero,
conservarono lo spirito nazionale, prepararono la rivincita.
I
cantori di gusle: vecchi, ciechi,
povera gente inerme, condotta a mano da fanciulletti scalzi, per quattro
secoli ricantarono nella più schietta lingua, nella forma più
commovente le leggende della gloria e del dolore. Le gesta dei re
magnanimi fino alla morte del grande Dusciano, la tragedia
di Kosovo con la fine di Lazaro, ultimo zar, e la morte
grandiosamente eroica della Niobe serba, la madre dei nove figli
Jugovici, che non pianse nemmeno dinanzi ai cadaveri degli otto figli
sgozzati, ma si spense di angoscia quando i corvi le gettarono in grembo
la mano troncata del
suo
ultimo nato; tutto cantarono i guslari, aggiungendovi l’epopea di
Marko Kraljevic, l’eroe nazionale, il Sigfried serbo, figlio di re,
gigante di corpo, fanciullo d’animo, che accorrendo dovunque, come un
arcangelo, sul suo grande cavallo nero, libera fanciulle, debella mostri,
combatte infedeli, tracanna fiumi di vino, esuberante di vita e di gioia,
e s’addormenta infine nell’antro fatato delle Villi dei monti,
conficcando nella rupe la spada favolosa che lo risveglierà da morte
soltanto nel dì della riscossa.
E
la battaglia di Kosovo fu vendicata. Guai a quella nazione moderna,
civile od incivile, che volesse nuovamente allungare la mano sacrilega
su la indipendenza della Serbia! Son pochi: ma pronti a tutto. Le
rivolte albanesi, in cui freme un medesimo dolore, possono darne un
esempio.
La
figura di Marko Kraljevic, famigliarizzata dalla passione patriottica
del popolo serbo e al tempo stesso sovrannaturalizzata, è una delle più
belle e vive incarnazioni svoltesi lungo il corso del Danubio e dei
secoli, della figura del paladino errante dell’eterno eroe di
Roncisvalle, simbolo della magnanimità e del valore.
Ma io mi accorgo di essermi troppo trattenuto su ciò che è il
contenuto nazionale, etnico e passionale della mostra serba: della quale
avrei piuttosto dovuto parlare.
E
non me ne dolgo. Un soffio di poesia e di fede è sempre la più alta
espressione e celebrazione delle forti intenzioni e delle grandi opere.
Parleremo in seguito con qualche particolare di ciò che vi è di
più mirabile in codesto padiglione, dove il disegno è ancora – quasi
sempre – primitivo, ma la colorazione è violenta e l’espressione è
tragica e potentissima sempre.
Nel
bel padiglione, che arieggia all’ esterno e all’interno, un tempio
neoegiziano, stanti i caratteri specifici dell’architettura locale,
trionfa fra tutti Ivan Mestrovic: un giovine dall’aspetto dolce e
pensieroso, quasi umile, vicino alla caratteristica voluttuosa bellezza
slava della sua signora che, nelle linee del volto e negli occhi,
ricorda un poco la regina Elena.
Ivan
Mestrovic è il Giotto serbo: ed egli, come quasi tutti gli artisti suoi
connazionali, ha avuto la eccezionale fortuna di poter immergere la sua
nativa e vigorosa ingenuità artistica nel flusso della piena civiltà
circostante; quindi il
miracolo!
Ivan Mestrovic quindici anni a dietro pasceva le greggi su le
balze della Dalmazia: ed oggi è più e meglio che un Giotto, un
Michelangelo quasi, ancor tarsognato ed informe, ma che dove tocca con
la sua stecca o batte col suo scalpello crea una vita formidabile e
sempre nuova.
Egli
giganteggia nella mostra, tutta pervasa dall’opera sua, con la quale
sono stati costruiti i frammenti, le materie prime ed essenziali di quel
gran Tempio
del Kosovo che
presto sorgerà, ricordo della stirpe e della risurrezione, monumento
gigantesco e perenne come quello di Vittorio Emanuele a Roma.
La
mano di questo improvviso aedo nazionale dello scalpello, di questo
nuovo Omero della pietra, questo creatore di mondo sparito – al quale,
tenendo conto della sua abbondanza e della sua potenza, le
associazioni artistiche internazionali, il comitato, la cittadinanza
devono e renderanno certamente onori eccezionali ed indimenticabili,
perchè sarà egli uno dei trionfatori nelle mostre del 1911 – sollevò
l’enorme statua ignuda di Marko Kraljevic sopra un membruto cavallo
danubiano di quelli che le legioni di Traiano riportarono e che
prevalsero nella scultura dell’Impero. E
impone stupore e terrore questo grandioso simulacro dell’ira
nazionale e delle forze indomite frementi e giubilanti che scossero e
atterrarono il Moloch asiatico, tiranno della intera Jugoslavia.
All’appello
del Mestrovic, dissotterrante atletiche divinità mai viste e plasmante
innumeri genti, come coloro che effigiarono la potenza di Roma diffusa
per tutto il mondo conosciuto, accorse una schiera di giovani forze,
serbi e croati, figli di una madre comune e parlando una stessa lingua,
che han voluto e saputo aiutarlo a creare l’arte nazionale, sempre con
la stessa ingenuità e spesso con identico vigore, ed a fissare in
perpetuo la storia della razza, l’epopea del passato.
Ma
– e con molto dispiacere – devo qui fermarmi.
Un’altra
volta parleremo singolarmente delle opere migliori, vale a dire di quasi
tutte.
(.....)
G.D.
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