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Il
fascino che emana questa bellissima mostra e che soggioga, pensiamo,
ciascun visitatore è, come accade alle cose ben riuscite, plurivalente:
ciascuno cioè trova nella rassegna le sue ragioni per lasciarsi
affascinare.
Intanto
appare attraente vedere svolgersi sotto i nostri occhi il percorso di un
artista dimenticato per lunghi anni non soltanto in Italia, con opere
grandiose, organicamente collegate; ricevere dunque un’impressione di
forza, come se assistessimo al corpo a corpo dello scultore con la sua
materia, e nello stesso tempo essere messi nelle condizioni di
prospettarsene storicamente la vicenda.
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L’esposizione
consente di seguire l’attività di Mestrovic in uno svolgimento che va
dal tocco ancora ottocentesco, pittorico, dalla prorompente sensualità
rodiniana alla stilizzazione barbarico-preziosa di segno viennese, senza
che mai venga meno allo scultore un’idea drammatica e monumentale
dell’arte. Lettura
agevolata dal vibrato e misurato allestimento degli architetti
Monestiroli e Tutucci
Per
chi abbia già qualche dimestichezza con la situazione della scultura
agli albori del secolo, e abbia seguito, negli anni recenti, la
progressiva caduta delle preclusioni nei riguardi dell’arte simbolista
e non sperimentale, l’incontro con lo scultore jugoslavo, nato nel
1883, quindi di poco più anziano del nostro Arturo Martini – ma
appunto più anziano di quel tanto che gli consentiva di tenere le
proprie radici ancora salde nel terreno simbolista – non potrà non
ricollegarsi idealmente, ad alcune grandi figure oggetto di attuale
rinnovato interesse, da Rodin a Bourdelle a Leonardo Bistolfi (e ci
piace che la mostra di Mestrovic giunga in Italia dopo che è stata
realizzata a Casale Monferrato, a cura di chi scrive una grande
retrospettiva di Bistolfi), cui l’artista jugoslavo guardava con
ammirazione e devozione. E’ davvero il momento di riaffrontare
globalmente la storia della scultura monumentale nel corso del
nostro secolo (vi si sta adoperando, da qualche tempo, Mario De Micheli,
tra i curatori dell’attuale rassegna).
Mestrovic
non è, come non lo sono gli artisti appena nominati, una scoperta
attuale: subito famoso, espositore già nel 1902 alla Secessione
viennese, primo premio a Roma nel 1911 e presente a numerose Biennali di
Venezia sino al 1942; stimato e lodato nei Paesi Anglosassoni e specie
negli Stati Uniti, dove sarebbe morto nel 1962, è stato, per così
dire, rimosso dalla storia dell’arte come personaggio ingombrante per
l’eccesso medesimo delle sue ambizioni e della sua passione. Eppure (e
qui riprendiamo il discorso delle molte chiavi di lettura che la mostra
offre), egli esemplarmente rappresenta non solo la figura, persino
retorica, dell’artista di estrazione contadina; per tutta la vita teso
a cantare valori collettivi e popolari – e del popolo serbo/croato
soprattutto – e ciononostante capace di assimilare lezioni auliche e
di farsi una cultura viva e moderna; ma rappresenta un punto
d’incontro illuminante fra portati romantici e aspirazioni
arcaicizzanti del simbolismo maturo, tra ardore di contenuti e volontà
formale – sino ai limiti del formalismo, che è il rischio della sua
maniera -; tra deliberata fedeltà alla mimesi della natura e tensione
astratta, su cui batte esplicita l’ala dell’astrattismo
d’avanguardia.
Lo
studioso che pure conoscesse già opere di Mestrovic in questa rassegna
ha l’impressione di incontrare davvero il nodo della cultura artistica
come si venne configurando nei primi quindici anni del nostro secolo,
con sviluppi coerenti nel quindicennio successivo. Dicevamo di Arturo
Martini, che riconosceva il suo debito a Mestrovic: ma attraverso costui
si capiscono molti altri scultori italiani, da Eugenio Baroni a Libero
Andreotti (e non è detto, ovviamente, che il flusso sia in direzione
unica, se la “Madre dell’ucciso” di Francesco Ciusa, esposta a
Venezia nel 1907, precede di un anno l’assai simile “Madre”
di Mestrovic). Come per altri versi nel groviglio spiritual-formale di
Meštrović si legge anche la tensione che porta verso
l’espressionismo: da Metzner si arriva a Barlach. La sua drammatica
“Fontana”
è ben più forte delle simili ma esangui stilizzazioni di Minne. Troppi
nomi? Mestrovic non fu isolato, fu un testimone del suo tempo; la lunga
vita ne raggelò, verso la fine, la presenza storica; gli rimane sempre,
in ogni caso, un alto senso della dignità del suo operare.
Rossana
Bossaglia
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