Con radici simboliste

Il fascino di Ivan Meštrović (1883-1962)

    “Il Corriere della Sera”, Milano 18 ottobre 1987
 

  

 

Il fascino che emana questa bellissima mostra e che soggioga, pensiamo, ciascun visitatore è, come accade alle cose ben riuscite, plurivalente: ciascuno cioè trova nella rassegna le sue ragioni per lasciarsi affascinare.

Intanto appare attraente vedere svolgersi sotto i nostri occhi il percorso di un artista dimenticato per lunghi anni non soltanto in Italia, con opere grandiose, organicamente collegate; ricevere dunque un’impressione di forza, come se assistessimo al corpo a corpo dello scultore con la sua materia, e nello stesso tempo essere messi nelle condizioni di prospettarsene storicamente la vicenda. 

   

 

L’esposizione consente di seguire l’attività di Mestrovic in uno svolgimento che va dal tocco ancora ottocentesco, pittorico, dalla prorompente sensualità rodiniana alla stilizzazione barbarico-preziosa di segno viennese, senza che mai venga meno allo scultore un’idea drammatica e monumentale dell’arte. Lettura agevolata dal vibrato e misurato allestimento degli architetti Monestiroli e Tutucci

Per chi abbia già qualche dimestichezza con la situazione della scultura agli albori del secolo, e abbia seguito, negli anni recenti, la progressiva caduta delle preclusioni nei riguardi dell’arte simbolista e non sperimentale, l’incontro con lo scultore jugoslavo, nato nel 1883, quindi di poco più anziano del nostro Arturo Martini – ma appunto più anziano di quel tanto che gli consentiva di tenere le proprie radici ancora salde nel terreno simbolista – non potrà non ricollegarsi idealmente, ad alcune grandi figure oggetto di attuale rinnovato interesse, da Rodin a Bourdelle a Leonardo Bistolfi (e ci piace che la mostra di Mestrovic giunga in Italia dopo che è stata realizzata a Casale Monferrato, a cura di chi scrive una grande retrospettiva di Bistolfi), cui l’artista jugoslavo guardava con ammirazione e devozione. E’ davvero il momento di riaffrontare globalmente la storia della scultura monumentale nel corso del nostro secolo (vi si sta adoperando, da qualche tempo, Mario De Micheli, tra i curatori dell’attuale rassegna).

Mestrovic non è, come non lo sono gli artisti appena nominati, una scoperta attuale: subito famoso, espositore già nel 1902 alla Secessione viennese, primo premio a Roma nel 1911 e presente a numerose Biennali di Venezia sino al 1942; stimato e lodato nei Paesi Anglosassoni e specie negli Stati Uniti, dove sarebbe morto nel 1962, è stato, per così dire, rimosso dalla storia dell’arte come personaggio ingombrante per l’eccesso medesimo delle sue ambizioni e della sua passione. Eppure (e qui riprendiamo il discorso delle molte chiavi di lettura che la mostra offre), egli esemplarmente rappresenta non solo la figura, persino retorica, dell’artista di estrazione contadina; per tutta la vita teso a cantare valori collettivi e popolari – e del popolo serbo/croato soprattutto – e ciononostante capace di assimilare lezioni auliche e di farsi una cultura viva e moderna; ma rappresenta un punto d’incontro illuminante fra portati romantici e aspirazioni arcaicizzanti del simbolismo maturo, tra ardore di contenuti e volontà formale – sino ai limiti del formalismo, che è il rischio della sua maniera -; tra deliberata fedeltà alla mimesi della natura e tensione astratta, su cui batte esplicita l’ala dell’astrattismo d’avanguardia.

Lo studioso che pure conoscesse già opere di Mestrovic in questa rassegna ha l’impressione di incontrare davvero il nodo della cultura artistica come si venne configurando nei primi quindici anni del nostro secolo, con sviluppi coerenti nel quindicennio successivo. Dicevamo di Arturo Martini, che riconosceva il suo debito a Mestrovic: ma attraverso costui si capiscono molti altri scultori italiani, da Eugenio Baroni a Libero Andreotti (e non è detto, ovviamente, che il flusso sia in direzione unica, se la “Madre dell’ucciso” di Francesco Ciusa, esposta a Venezia nel 1907, precede di un anno l’assai simile “Madre” di Mestrovic). Come per altri versi nel groviglio spiritual-formale di Meštrović si legge anche la tensione che porta verso l’espressionismo: da Metzner si arriva a Barlach. La sua drammatica “Fontana” è ben più forte delle simili ma esangui stilizzazioni di Minne. Troppi nomi? Mestrovic non fu isolato, fu un testimone del suo tempo; la lunga vita ne raggelò, verso la fine, la presenza storica; gli rimane sempre, in ogni caso, un alto senso della dignità del suo operare.

Rossana Bossaglia