La scomparsa di uno scultore di audacia barbarica - RICORDO DI IVAN MEŠTROVIĆ

    “Il Tempo”, Roma 24 gennaio 1962
 

  

 

Negli Stati Uniti, e precisamente a South Bend (Indiana) dove viveva da alcuni anni, è morto il 16 gennaio scorso Ivan Mestrovic. Poco sapranno i giovani di lui (era nato a Vrpolje, in Slavonia, il 15 agosto 1883); ma i non più giovani, tra i quali purtroppo è il sottoscritto, sanno ch’egli è stato ai suoi bei dì un personaggio d’un certo rilievo: diciamo uno scultore di quelli che facevano parlare di sé per la qualità e gravità degli impegni, pel carattere e la singolarità dei risultati. E se vogliamo introdurre in questa breve nota (che sola rompe l’inesplicabile silenzio ond’è accolta in questo Paese la notizia della sua scomparsa) un ricordo personale, dobbiamo dire che il marmo della “Vecchia”,opera dell’artista in possesso della Galleria Nazionale d’Arte Moderna, 

   

sempre turbava le nostre visite a quel museo, facendo inquieta la nostra coscienza di giovani destinati a dedicare la vita alle faccende dell’arte. Era un’audacia sconcertante, barbarica e crudele, la scultura del Mestrovic, ai nostri occhi; e sempre ci chiedevamo come il realismo – quello che ancora discendeva, in un certo senso, dal Bartolini, del gobbo portato come modello in Accademia dal Courbet, che ai suoi allievi aveva proposto come modello un bue –: ci chiedevamo come il realismo potesse farsi profanatore del più tenace e caro dei miti, che è quello della bellezza e giovinezza femminile. Un barbaro il Mestrovic. Egli aveva fatto da ragazzo (come Giotto …) il pastore di pecore; e in quella condizione aveva cominciato – intagliando bastoni e conocchie – a dare la prova del talento di artista, che sarebbe rimasto sempre, nonostante le ambizioni e gli apporti effettivi della cultura occidentale (della cultura che va da Michelangelo a Rodin, a Bourdellle) il talento di un primitivo, assai sensibile agli influssi dello spirito etnico e popolare. Passato dal paese natio a Zagabria – città dove è stato in questi giorni sepolto - ; e da Zagabria passato prima a Vienna, dove potè prendere contatto con gli stilismi della Secessione, e quindi a Parigi, l’artista balcanico non dimenticò mai, difatti, le sue origini di umile pastore.

Furono i canti folcloristici serbi, come è stato osservato già dal Petkovic, storico dell’arte jugoslava, a fargli sorgere in mente l’idea del Tempio di Vidovdan. In quell’humus doveva alimentarsi sempre la sua fantasia di scultore. L’epopea di Kosovo venne così ricreata nella pietra, e rimane come testimonianza di un attaccamento dell’artista alle origini, mai attenuatosi con il passare degli anni.

La pietra, ma anche il legno. Queste materie, predilette dal Mestrovic, dimostrano la naturalità e primordialità del suo gusto plastico. L’artista primitivo nasce tagliatore di pietre. Intagliatore di legni. Così la scelta del soggetto sacro, mentre corrisponde a quell’attitudine a rivolgersi all’epos, conferma l’appartenenza dell’artista ad una tradizione antica di contenuti popolari. Il legno a basso rilievo della Tate Gallery di Londra, raffigurante una Deposizione”,è perciò opera tra le più felici del Mestrovic, che vi ritrova una ritmica lineare, un espressionismo arcaico di buonissima lega, espressivi di un genuino sentimento religioso. Senza quella retorica e quel manierismo che fatalmente invadono la forma sempre che l’artista sogna di rifare il Rinascimento e si prosterna ai piedi di un suo Michelangelo senza midollo classico (per non dire altro). Alla Biennale del 1942, dove l’artista ricomparve dopo una lunga assenza dal nostro Paese (che pure amò a suo modo) nel padiglione della Croazia, i rilievi lignei della vita di Cristo e la Pietà” a tutto tondo, ispirata direttamente e apertamente a quella di Santa Maria del Fiore, facevano pensare piuttosto al manierismo di un artigiano sapiente ed ingenuo che a una vera e propria realtà poetica e plastica. Altrettanto, e forse più meccanici, doveva riuscire i due arrovellati “santoni” dell’atrio del Collegio di San Girolamo degli Illiri qui a Roma; nei quali l’idea di soprannaturale e di favoloso si congela in una forma retorica, perché alterata espressionisticamente nelle proporzioni e nel ritmo, ma poi abbandonata agli effettivi più ingenui e superficiali, ridotta – così tesa nell’intenzione psicologica, così eroica – nei termini di una eloquenza perfino parodistica. Michelangelo balcanizzato.

Ma al di fuori e al di sopra di tali clamorose cadute (da ricordarsi tra le sue opere capitali, il “Mausoleo della Famiglia Racic” a Ragusa vecchia in Dalmazia) Ivan Mestrovic, che in questi recenti anni aveva attinto in America grande fama e successo, rimane (come dicevamo) un personaggio tra i più notevoli dei primi decenni del secolo. I giovani scultori che da cinquanta anni or sono, qui da noi, si guardavano intorno in cerca di maestri o almeno di attività o almeno di novità – e di spunti polemici -, trovano ad un certo punto anche la sua spettacolare figura. Era nell’artista un certo superamento del titanismo e michelangiolismo di Rodin, ancora in fondo rinascimentale e impressionistico; di quel titanismo e michelangiolismo dal quale si mosse lo stesso Boccioni, la cui formula del “dinamismo plastico” era proprio buonarrotiana; ed era una cultura che, con tutte le sue antinomie, si rivolgeva, attraverso l’espressionismo, alle forme più arcaiche (all’alto medioevo orientaleggiante) puntava addirittura sulle barbarie. Quivi proprio crediamo, era il meglio dell’’artista, e non già nel realismo, come pensò il Colasanti. Perché in questo amore e presenza di barbarie era la più vera novità dei tempi, la partecipazione più viva e spontanea alla modernità. Non potevamo dunque, alla notizia della scomparsa dell’artista, restarcene in silenzio.

Virgilio Guzzi