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Negli
Stati Uniti, e precisamente a South Bend (Indiana) dove viveva da alcuni
anni, è morto il 16 gennaio scorso Ivan Mestrovic. Poco sapranno i
giovani di lui (era nato a Vrpolje, in Slavonia, il 15 agosto 1883); ma
i non più giovani, tra i quali purtroppo è il sottoscritto, sanno
ch’egli è stato ai suoi bei dì un personaggio d’un certo rilievo:
diciamo uno scultore di quelli che facevano parlare di sé per la qualità
e gravità degli impegni, pel carattere e la singolarità dei risultati.
E se vogliamo introdurre in questa breve nota (che sola rompe
l’inesplicabile silenzio ond’è accolta in questo Paese la notizia
della sua scomparsa) un ricordo personale, dobbiamo dire che il marmo
della “Vecchia”,opera dell’artista in possesso della
Galleria Nazionale d’Arte Moderna,
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sempre
turbava le nostre visite a quel museo, facendo inquieta la nostra
coscienza di giovani destinati a dedicare la vita alle faccende
dell’arte. Era
un’audacia sconcertante, barbarica e crudele, la scultura del
Mestrovic, ai nostri occhi; e sempre ci chiedevamo come il realismo –
quello che ancora discendeva, in un certo senso, dal Bartolini, del
gobbo portato come modello in Accademia dal Courbet, che ai suoi allievi
aveva proposto come modello un bue –: ci chiedevamo come il realismo
potesse farsi profanatore del più tenace e caro dei miti, che è quello
della bellezza e giovinezza femminile. Un barbaro il Mestrovic. Egli
aveva fatto da ragazzo (come Giotto …) il pastore di pecore; e in
quella condizione aveva cominciato – intagliando bastoni e conocchie
– a dare la prova del talento di artista, che sarebbe rimasto sempre,
nonostante le ambizioni e gli apporti effettivi della cultura
occidentale (della cultura che va da Michelangelo a Rodin, a Bourdellle)
il talento di un primitivo, assai sensibile agli influssi dello spirito
etnico e popolare. Passato dal paese natio a Zagabria – città dove è
stato in questi giorni sepolto - ; e da Zagabria passato prima a Vienna,
dove potè prendere contatto con gli stilismi della Secessione, e quindi
a Parigi, l’artista balcanico non dimenticò mai, difatti, le sue
origini di umile pastore.
Furono
i canti folcloristici serbi, come è stato osservato già dal Petkovic,
storico dell’arte jugoslava, a fargli sorgere in mente l’idea del Tempio
di Vidovdan.
In quell’humus doveva alimentarsi sempre la sua fantasia di
scultore. L’epopea di Kosovo venne così ricreata nella pietra, e
rimane come testimonianza di un attaccamento dell’artista alle origini,
mai attenuatosi con il passare degli anni.
La
pietra, ma anche il legno. Queste materie, predilette dal Mestrovic,
dimostrano la naturalità e primordialità del suo gusto plastico.
L’artista primitivo nasce tagliatore di pietre. Intagliatore di legni.
Così la scelta del soggetto sacro, mentre corrisponde a
quell’attitudine a rivolgersi all’epos, conferma l’appartenenza
dell’artista ad una tradizione antica di contenuti popolari. Il legno
a basso rilievo della Tate Gallery di Londra, raffigurante una “Deposizione”,è
perciò opera tra le più felici del Mestrovic, che vi ritrova una
ritmica lineare, un espressionismo arcaico di buonissima lega,
espressivi di un genuino sentimento religioso. Senza quella retorica e
quel manierismo che fatalmente invadono la forma sempre che l’artista
sogna di rifare il Rinascimento e si prosterna ai piedi di un suo
Michelangelo senza midollo classico (per non dire altro). Alla Biennale
del 1942, dove l’artista ricomparve dopo una lunga assenza dal nostro
Paese (che pure amò a suo modo) nel padiglione della Croazia, i rilievi
lignei della vita di Cristo e la “Pietà”
a tutto tondo, ispirata direttamente e apertamente a quella di Santa
Maria del Fiore, facevano pensare piuttosto al manierismo di un
artigiano sapiente ed ingenuo che a una vera e propria realtà poetica e
plastica. Altrettanto, e forse più meccanici, doveva riuscire i due
arrovellati “santoni” dell’atrio del Collegio di San Girolamo
degli Illiri qui a Roma; nei quali l’idea di soprannaturale e di
favoloso si congela in una forma retorica, perché alterata
espressionisticamente nelle proporzioni e nel ritmo, ma poi abbandonata
agli effettivi più ingenui e superficiali, ridotta – così tesa
nell’intenzione psicologica, così eroica – nei termini di una
eloquenza perfino parodistica. Michelangelo balcanizzato.
Ma
al di fuori e al di sopra di tali clamorose cadute (da ricordarsi tra le
sue opere capitali, il “Mausoleo
della Famiglia Racic”
a Ragusa
vecchia in Dalmazia) Ivan Mestrovic, che in questi recenti anni aveva
attinto in America grande fama e successo, rimane (come dicevamo) un
personaggio tra i più notevoli dei primi decenni del secolo. I giovani
scultori che da cinquanta anni or sono, qui da noi, si guardavano
intorno in cerca di maestri o almeno di attività o almeno di novità
– e di spunti polemici -, trovano ad un certo punto anche la sua
spettacolare figura. Era nell’artista un certo superamento del
titanismo e michelangiolismo di Rodin, ancora in fondo rinascimentale e
impressionistico; di quel titanismo e michelangiolismo dal quale si
mosse lo stesso Boccioni, la cui formula del “dinamismo
plastico” era proprio buonarrotiana; ed era una cultura che, con tutte
le sue antinomie, si rivolgeva, attraverso l’espressionismo, alle
forme più arcaiche (all’alto medioevo orientaleggiante) puntava
addirittura sulle barbarie. Quivi proprio crediamo, era il meglio
dell’’artista, e non già nel realismo, come pensò il Colasanti.
Perché in questo amore e presenza di barbarie era la più vera novità
dei tempi, la partecipazione più viva e spontanea alla modernità. Non
potevamo dunque, alla notizia della scomparsa dell’artista, restarcene
in silenzio.
Virgilio
Guzzi
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