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Lunghi
anni di silenzio hanno avvolto questa figura profondamente rivelatrice
delle più calde e generose constanti figurative dell'arte del nostro
secolo. Inoltre, la sua personalità è stata vista, a volte, in una
dimensione parziale; si è parlato spesso di lui come di un uomo sempre
in lotta contro il potere politico, di qualsiasi colore e struttura.
Questo è senz'altro vero, perché Mestrovic, come uomo vivo ha
combattuto contro ogni tipo di sopruso e di violenza. Ma la sua realtà
estetica sopravanza tutte le congetture di ordine contingente, tutte le
strategie politiche: dal governo austro-ungarico ai collaborazionisti
della dittatura fascista. L'arte, insomma, prende nella sua opera
l'aspetto di un ideale superiore di vita, un ordine di suprema armonia,
che ci parlano, in termini metaforici, della sua aspirazione alla
bellezza e dunque alla liberta.
Mestrovic
amo l'Italia e la sua civiltà, e la cultura del nostro Paese gli tributò,
nei primi decenni del secolo, quel rispetto che la sua opera ispirata
ben meritava. Nel 1911, all’Esposizione d'Arte Mondiale di Roma
Mestrovic rifiuto di esporre le sue opere nel padiglione austriaco e con
l'architetto Bajalovic realizzo il Padiglione del Regno di Serbia, che
rappresenta l'autentica attrazione dell'intera rassegna. L'artista
ricevette il primo premio per la scultura (quello per la pittura toccò
a Gustav Klimt). Il critico Vittorio Pica scrisse: “nelle creature
leggendarie ed eroiche create con rara abilità di forma… egli ha
sempre saputo vivificare le assimilazioni dell’antico e ha saputo
renderle sue attraverso un moderno senso di profonda e angosciata
drammaticità a un certo impetuoso furore barbarico, tipico della razza
guerriera a cui egli va orgoglioso di appartenere”.
Un’artista
che, agli inizi del suo folgorante percorso creativo, si era nutrito
della creazione classica, di quella greca arcaica, assira e egiziana,
degli stimolanti incontri con la Seccesione viennese nei primi del
Novecento, dell’amore per l’opera di Rodin, suo maestro ideale e
amico: il tutto, alla luce di un sapiente e composito espressionismo,
sempre personale e come sorgivo.
Apprezzato,
durante il soggiorno romano, da artisti di chiara fama, Arturo Martini
(“l’amore verso Mestrovic era per quel fondo di barbaro che c’ è
anche di me”) e Leonardo Bistolfi (che chiamò “il sogno di pietra”
il progetto di Mestrovic per la costruzione del Tempio di Vidovdan e per
la creazione delle sculture del Ciclo del Kossovo). Mestrovic trovò a
Parigi, come a Vienna e a Roma, un humus culturale ed estetico atto a
far vibrare le sue corde più vere. Scrive Marina Gerosa, sua studiosa e
biografa, sulla stagione parigina: “E’ il periodo in cui raggiunge
la pienezza creativa e coincide con la fase eroica della sua arte. Dal
1908 al 1914 realizza il progetto del Tempio di Vidovdan e le numerose
sculture del Ciclo del Kossovo, parte integrante della costruzione.
“La
fonte di ispirazione dell’intero nucleo di opere è costruita dai
canti nazionali e dalle leggende che costituiscono una sintesi degli
ideali jugoslavi e narrano le fasi più importanti della storia del
Paese. Milos Obelic, Kraljevic Marko, Le vedove e Ricordo, sono sculture
di straordinario vigore plastico ed elevato pathos, in diretto rapporto
con gli elementi più positivi dell’arte contemporanea, le forme di
Maillol e Bourdelle. Mestrovic nel Ciclo del Kossovo perviene alla
monumentalità dell’opera attraverso l’architettura della statua,
modellata sinteticamente e definita dai volumi pieni e compatti”.
Durante
la prima guerra mondiale Mestrovic collaborò con il Comitato jugoslavo,
nato allo scopo di ottenere la libertà e l’indipendenza dei popoli
slavi. La lotta rispondeva a profonde esigenze spirituali, e non è
certo un caso che, al termine del conflitto, l’artista abbia
abbracciato una tematica religiosa, che oltrepassò la precedente
visione eroico -nazionalista, e che approdò alla dolente armonia di
opere quali Vestale, Ragazza con liuto, Accordi lontani.
Nel
periodo tra le due guerre realizzò, in piena maturità artistica,
sculture monumentali pubbliche (Marko Marulic, Grgur Ninski, Josif Juraj
Strossmayer, il monumento di ringraziamento alla Francia, Il Monumento
del milite Ignoto), e, parallelamente a tali opere di carattere pubblico
e celebrativo, una serie di sculture in marmo pieno, a tutto volume,
stilisticamente riconducibile alle forme michelangiolesche: Psiche,
Riposo, Attesa. Imprigionato nel 1941, perché ostile al governo guidato
dagli Ustasa, amici del fascismo e del nazismo, e liberato grazie al
intervento del Vaticano, Mestrovic eseguì, in seguito, opere che recano
i segni dell’angoscia dell’uomo, schiacciato dal potere dittatoriale
(Giobbe, Atlantide, Persefone).
Negli
Stati Uniti d’America (dove aveva già soggiornato), dal 1947 in
avanti Mestrovic scoprì un ulteriore rigoglio creativo, con molte opere
a carattere religioso e con ritratti di personalità del suo Paese.
“L’unica
strada per poter essere un artista è quella del lavoro”, ha scritto
Mestrovic. Quale lezione per tanti artisti d’oggi, bravi solo a
pronunciare parole al vento, e incapaci di gettarsi nella lotta, cioè
nei fatti vivi e positivi della nostra esistenza.
Giuseppe
Turroni
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