IL RODIN DAL FASCINO SLAVO

   «Il Corriere della Sera» 1987
 

  

 

La grande mostra di Ivan Mestrovic, che s’inaugura il 24 settembre che comprende settantadue sculture, da Bosniaco a cavallo del 1898 a Donna dolente del 1953, rappresenta, più che un «ritorno» dell'artista jugoslavo in Italia (quell'Italia che egli ebbe sempre presente nel cuore e nella mente) una vera e propria «scoperta».

A PALAZZO REALE S’INAUGURA LA MOSTRA DELLO SCULTORE JUGOSLAVO MESTROVIC

   

 

Lunghi anni di silenzio hanno avvolto questa figura profondamente rivelatrice delle più calde e generose constanti figurative dell'arte del nostro secolo. Inoltre, la sua personalità è stata vista, a volte, in una dimensione parziale; si è parlato spesso di lui come di un uomo sempre in lotta contro il potere politico, di qualsiasi colore e struttura. Questo è senz'altro vero, perché Mestrovic, come uomo vivo ha combattuto contro ogni tipo di sopruso e di violenza. Ma la sua realtà estetica sopravanza tutte le congetture di ordine contingente, tutte le strategie politiche: dal governo austro-ungarico ai collaborazionisti della dittatura fascista. L'arte, insomma, prende nella sua opera l'aspetto di un ideale superiore di vita, un ordine di suprema armonia, che ci parlano, in termini metaforici, della sua aspirazione alla bellezza e dunque alla liberta.

Mestrovic amo l'Italia e la sua civiltà, e la cultura del nostro Paese gli tributò, nei primi decenni del secolo, quel rispetto che la sua opera ispirata ben meritava. Nel 1911, all’Esposizione d'Arte Mondiale di Roma Mestrovic rifiuto di esporre le sue opere nel padiglione austriaco e con l'architetto Bajalovic realizzo il Padiglione del Regno di Serbia, che rappresenta l'autentica attrazione dell'intera rassegna. L'artista ricevette il primo premio per la scultura (quello per la pittura toccò a Gustav Klimt). Il critico Vittorio Pica scrisse: “nelle creature leggendarie ed eroiche create con rara abilità di forma… egli ha sempre saputo vivificare le assimilazioni dell’antico e ha saputo renderle sue attraverso un moderno senso di profonda e angosciata drammaticità a un certo impetuoso furore barbarico, tipico della razza guerriera a cui egli va orgoglioso di appartenere”.

 Un’artista che, agli inizi del suo folgorante percorso creativo, si era nutrito della creazione classica, di quella greca arcaica, assira e egiziana, degli stimolanti incontri con la Seccesione viennese nei primi del Novecento, dell’amore per l’opera di Rodin, suo maestro ideale e amico: il tutto, alla luce di un sapiente e composito espressionismo, sempre personale e come sorgivo.

Apprezzato, durante il soggiorno romano, da artisti di chiara fama, Arturo Martini (“l’amore verso Mestrovic era per quel fondo di barbaro che c’ è anche di me”) e Leonardo Bistolfi (che chiamò “il sogno di pietra” il progetto di Mestrovic per la costruzione del Tempio di Vidovdan e per la creazione delle sculture del Ciclo del Kossovo). Mestrovic trovò a Parigi, come a Vienna e a Roma, un humus culturale ed estetico atto a far vibrare le sue corde più vere. Scrive Marina Gerosa, sua studiosa e biografa, sulla stagione parigina: “E’ il periodo in cui raggiunge la pienezza creativa e coincide con la fase eroica della sua arte. Dal 1908 al 1914 realizza il progetto del Tempio di Vidovdan e le numerose sculture del Ciclo del Kossovo, parte integrante della costruzione.

“La fonte di ispirazione dell’intero nucleo di opere è costruita dai canti nazionali e dalle leggende che costituiscono una sintesi degli ideali jugoslavi e narrano le fasi più importanti della storia del Paese. Milos Obelic, Kraljevic Marko, Le vedove e Ricordo, sono sculture di straordinario vigore plastico ed elevato pathos, in diretto rapporto con gli elementi più positivi dell’arte contemporanea, le forme di Maillol e Bourdelle. Mestrovic nel Ciclo del Kossovo perviene alla monumentalità dell’opera attraverso l’architettura della statua, modellata sinteticamente e definita dai volumi pieni e compatti”.

Durante la prima guerra mondiale Mestrovic collaborò con il Comitato jugoslavo, nato allo scopo di ottenere la libertà e l’indipendenza dei popoli slavi. La lotta rispondeva a profonde esigenze spirituali, e non è certo un caso che, al termine del conflitto, l’artista abbia abbracciato una tematica religiosa, che oltrepassò la precedente visione eroico -nazionalista, e che approdò alla dolente armonia di opere quali Vestale, Ragazza con liuto, Accordi lontani.

Nel periodo tra le due guerre realizzò, in piena maturità artistica, sculture monumentali pubbliche (Marko Marulic, Grgur Ninski, Josif Juraj Strossmayer, il monumento di ringraziamento alla Francia, Il Monumento del milite Ignoto), e, parallelamente a tali opere di carattere pubblico e celebrativo, una serie di sculture in marmo pieno, a tutto volume, stilisticamente riconducibile alle forme michelangiolesche: Psiche, Riposo, Attesa. Imprigionato nel 1941, perché ostile al governo guidato dagli Ustasa, amici del fascismo e del nazismo, e liberato grazie al intervento del Vaticano, Mestrovic eseguì, in seguito, opere che recano i segni dell’angoscia dell’uomo, schiacciato dal potere dittatoriale (Giobbe, Atlantide, Persefone).

Negli Stati Uniti d’America (dove aveva già soggiornato), dal 1947 in avanti Mestrovic scoprì un ulteriore rigoglio creativo, con molte opere a carattere religioso e con ritratti di personalità del suo Paese.

“L’unica strada per poter essere un artista è quella del lavoro”, ha scritto Mestrovic. Quale lezione per tanti artisti d’oggi, bravi solo a pronunciare parole al vento, e incapaci di gettarsi nella lotta, cioè nei fatti vivi e positivi della nostra esistenza.

Giuseppe Turroni