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Organizzata
delle civiche gallerie di Zagabria in collaborazione con il Comune di
Milano settore cultura, quest’ampia rassegna è la prima retrospettiva
dell’artista jugoslavo che si tiene all’estero a 25 anni dalla sua
morte.
Mario
De Michelli così scrive nel catalogo curato dalla Casa editrice
Vangelista “Una personalità prorompente e complessa è questo Ivan
Mestrovic. Scultore si, ma anche architetto, poeta, scrittore, uomo
politico… Mestrovic entrò nella cultura europea con prepotenza, con
straordinarie doti d’energia e di candore creativo. Ogni incontro con
la storia dell’arte del passato fu per lui come una sorta di
rivelazione, fu più uno scontro che un incontro”.
Ivan
Mestrovic nasce il 15 agosto 1883 a Vrpolje in Slavonia. Sin da piccolo
rivela un’innata e spontanea inclinazione verso la scultura. Si
iscrive ad una scuola artigiana e lavora a bottega da uno scalpellino a
Spalato. Nel 1900 si trasferisce a Vienna e riesce ad accedere
all’accademia di belle arti. Lo studio dell’arte greca arcaica,
assira ed egiziana e lo stimolante incontro con il clima culturale e
artistico europeo dei primi anni del 900’, con la Secessione, le
teorie di Hildebrand soprattutto con l’opera di Rodin, sono gli
elementi che maggiormente contribuiscono all’arricchimento e alla
maturazione della sua arte. Aperto alla suggestione e al fascino di
forme già individuate, Metrovic avverte creativamente le qualità
scultoree d’artisti contemporanei e di maestri del passato, inserendo
alcune clausole formali nel vivo della sua poetica. Esegue le prime
opere quali “La fonte della vita” e “Il monumento a Luka Botic”.
In mostra, infatti, è presente primo lavoro del 1906: si tratta di una
fontana in bronzo collocata davanti al Teatro nazionale di Zagabria.
Significativa è anche la scultura in pietra del 1898 “Bosniaco a
cavallo”.
Nel
1907 Mestrovic lascia Vienna e si stabilisce a Parigi: è il periodo in
qui raggiunge la pienezza creativa e coincide con la fase “eroica”
della sua arte. Dal 1908 al 1914 realizza il progetto del Tempio di
Vidovdan e le numerose sculture del ciclo di Kossovo. Partecipa a
numerose mostre, ma particolarmente importante è l’Esposizione
dell’arte mondiale a Roma nel 1911. Nel ’14 è alla Biennale di
Venezia. Nella rassegna milanese spiccano opere quali “Mia madre”,
“Ricordo” del 1908, “Autoritratto” in bronzo del 1911-12,
‘Testa di Cristo”in legno del 1913 e “L’artista al lavoro,
Auguste Rodin” in bronzo del 1914.
Si
trasferisce con la famiglia a Nizza nel 1916 e nel 1917 a Ginevra. Qui
realizza alcune opere in legno di natura religiosa come “Madonna con
Bambino”, i primi sei bassorilievi della “Vita di Cristo” e il
grande “Crocefisso”. Nel 1922 si stabilisce a Zagabria dove
contribuisce alla fondazione della galleria d’arte moderna e accetta
l’incarico di rettore della scuola artistica. L’intervallo tra le
due guerre rappresenta per l’artista jugoslavo il periodo della piena
maturazione artistica. Esegue infatti sculture monumentali pubbliche
quali “Marko Marulic” e “Grgur Ninski” a Spalato e il
“Monumento di ringraziamento alla Francia” a Belgrado.
Accanto
a queste opere di carattere pubblico - celebrativo Mestrovic crea una
serie di sculture in marmo stilisticamente riconducibili alle forme
michelangiolesche “Psiche” (1927), “Riposo” (1929) e
“Attesa” (1929), visibili in mostra.
La
sua partecipazione è un po’ ovunque, persino al Brooklyn Museum di
New York e in tale occasione gli viene commissionato il “Monumento
agli indiani”, collocato subito nel 1925 nel Grand Park a Chicago. La
dura esperienza del carcere durante l’occupazione tedesca in
Jugoslavia nel 1941 lascia in Mestrovic tracce profonde che si
rifletteranno successivamente nelle sue opere, quali “Giobbe”, “
Atlantide” e “Persefone” del 1946. Vive a Roma nel 1947 e nel 1955
si stabilisce definitivamente negli Stati Uniti, nell’Indiana, a South
Bend, dove muore il 16 gennaio 1926, mentre sta lavorando nel suo
studio.
“L’unica
strada per poter essere artista è quella del lavoro” ha detto una
volta Ivan Mestrovic, ed è il credo a cui ha tenuto fermamente fede per
tutta la sua vita.
Ugo
Lo Russo
Due
momenti del suo lavoro, ora documentati a Palazzo Reale: dalla cultura
mitteleuropea al monumentalismo
I
MITI E GLI EROI DELLA TERRA IUGOSLAVA NELLA COMPLESSA PLASTICA DI MESTROVIC
La
mostra di Ivan Mestrovic è un avvenimento culturale di rilevante importanza,
pur se l’opera dello scultore slavo (Vrpolje, Slavonia, 1983; South Bend,
Indiana, 1962) non può certamente essere considerata né piacevole né
difficile impatto.
Quella
di Mestrovic è infatti una scultura complessa e problematica quanto mai, la
quale inizialmente, durante i primi decenni del secolo, si colloca nel
contesto della più vivace cultura del tempo, tra Vienna e Parigi e, in una
fase successiva, dopo la prima guerra mondiale, in sintonia con quanto si
verifica nell’area europea, dai Paesi del nord al mediterraneo, si
normalizza e stabilizza in una linea di tendenza monumentale, con la
realizzazione di gigantesche figure, marmoree i bronzee, che fanno dello
scultore slavo il più significativo esponente di una tendenza artistica
intesa a incarnare e a esprimere un’ideologia. Un’ideologia, quella di
Mestrovic, che si configura nella celebrazione eroica dei miti della sua terra
e della sua gente la quale, pur se affrontata in un clima di approccio epico -
popolare come gia nel ciclo di Kossovo, maturato fra il 1908 e il 1914 dietro
l’ispirazione dei canti nazionali e delle leggende che sintetizzano gli
ideali slavi e le fasi più rimarchevoli della storia di questo paese, finisce
tuttavia per rendere spesso le immagini fin troppo solenni, ai limiti della
retorica e della magniloquenza.
Il
che costituisce certamente un limite dell’operazione artistica dello
scultore slavo, ma anche la sua peculiarità ove si consideri il clima nel
quale matura il lavoro dell’artista, un clima, quello bosniaco di inizi
Novecento, ancora dominato dai richiami delle saghe e del folclore locale ed
appunto in questo contesto che va rintracciata, scrive giustamente Dorfles nel
bel catalogo che accompagna la rassegna (Vangelista editore), “l’origine
della volontà mitopoetica di Mestovic e delle motivazioni di tante sue opere,
che oggi magari ci appaiono eccessivamente legate a una magniloquenza mattuale
ma che rispecchiano l’osmosi tra l’anima contadina ereditata dagli avi e
l’anima eroica che lo spinse ancora adolescente a realizzare l’immensa
serie delle sue figure più tipiche o addirittura i templi e i musei
progettati secondo un concetto architettonico come il Tempio di Vidovdan
“lontano da ogni tendenza avveniristica, ma tutto proteso alla
magnificazione e alla celebrazione dei personaggi cui erano destinati”
Gli
anni dei primi due decenni del secolo restano, comunque quelli più fervidi di
proposte e di risultati: è questo il momento in cui l’artista si avvicina
in piena autonomia linguistica, al clima delle Secessioni rimeditando in
termini nuovi l’arte arcaica e riscoprendo Rodin alla luce di una più
accentuata plasticità architettonica. Ed è vero similmente la statuaria di
Rodin a spingerlo nel 1907 a Parigi, dove l’artista raggiunge i momenti più
alti della sua espressione linguistica attraverso soluzioni plastiche di una
libertà e di una sicurezza di taglio compositivo ormai decisamente
“oltre” ogni imprestito stilistico. E conseguentemente, tra il 1911 e il
1915 ecco i primi grandi successi in campo espositivo: a Roma, dove consegue,
all’Esposizione dell’arte mondiale, il premio per la scultura (1911), a
Venezia, alla Biennale (1914) e, nel 1915 a Londra, al Victoria and Albert
Museum, in una rassegna che, organizzata proprio durante gli anni delle guerra,
viene immediatamente strumentalizzata da chi aveva interesse a creare uno
stato slavo sulle rovine dell’impero Asburgico, in senso politico e
propagandistico. L’opera dello scultore, valutata indipendentemente dalle
sue qualità linguistiche, viene infatti considerata in chiave “eroica”,
come compiuta espressione del genio popolare slavo: è la codificazione di
quella lettura acritica della plastica di Mestrovic, del resto già affiorata
da qualche anno su versanti contrapposti, ora di scoperto rifiuto (Cecchi,
1911) , ora di tono apologetico (Cozzani, 1914) di cui ci informa puntualmente
De Micheli nell’impegnato saggio introduttivo alla mostra.
Ma della strumentalizzazione della sua opera in senso eroico
apologetico ci da indicazione, meglio di altro, lo stesso Mestrovic il quale,
infatti, già nel 1917, dopo il trasferimento a Ginevra, realizza lavori
lignei di natura religiosa introduttivi a quella produzione emblematica di una
maturazione interiore che nel medesimo anno si esplica compitamente in una
serie di sculture di vena intimistica, dalla linea musicalmente stilizzata e
morbida secondo una cifra, dunque, di intenzionalità decorativa, maturata
sull’esempio dei grandi maestri delle Secessioni, da Klinger e Hodler e a
Klimt, espressiva di un modo di partecipazione alle vicende umane in termini
sostanzialmente antieroici, lirici e appassionati, una cifra in netta
opposizione a quel gigantismo incombente e ossessivo, di derivazione
michelangiolesca, che contrassegna l’altro versante del registro plastico di
Mestrovic sottolineandolo, peraltro, con un’eccezionale robustezza plastica
e distinguendolo in modo ben marcato dai risultati spesso ricorrenti nella
statuaria del tempo, intenzionalmente monumentale e inevitabilmente retorica:
e vengono in mente, tra gli autori che hanno un percorso in certo senso
parallelo a quello di Mestrovic, per quanto concerne i fatti di casa nostra, i
nomi di Bistolfi e di Wildt i quali, partiti da esperienze maturate
all’interno del simbolismo protonovecentesco, approdano nel cuore degli anni
venti, nel clima di restaurazione classicista del momento, a un monumentalismo
che si richiama in modo fin troppo scoperto a Michelangelo.
Giovanni
Anzani
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