Lettere dall’Inghilterra - Lo scultore come profeta

   “La Tribuna”, 19 aprile 1919
 

  

 
Torso"Banovic Strahinja", 1908, marmo/mramor - Tate Gallery, Londra/London

Londra, aprile 1919

Ivan Mestrovic, il famoso scultore serbo, tornerà tra poco a Londra, e vi farà, come nel 1915, una esposizione di tutte le sue opere. Il suo ritorno è annunciato sui giornali, che pubblicano ampie recensioni di un grosso libro ora uscito, concernente la vita di Mestrovic, il significato estetico e politico della sua scultura; e altra materia varia. Il libro è ricchissimo di riproduzioni fotografiche. Io non l’ho veduto, perché in compenso ho veduto un’infinità di sculture di Mestrovic, a Roma, or sono otto anni. Costa due lire e qualcosa. E io ho famiglia. Ci sarebbe, è vero, la parte esegetica, che non conosco. R. W. Seton-Watson (leggo in una di queste recensioni) “ha contribuito una interpretazione caratteristica della base politica dell’ispirazione di Mestrovic”.

   

E’ probabile che vi abbia fatto risalire la vera responsabilità di Kosovo al Barone Sonnino. Ma se io non mangerei mai, per tutto l’oro del mondo, una bistecca cucinata con le mie mani, a maggior ragione, per tutto l'oro del mondo, non accetterei di trangugiare una dissertazione estetica di Seton-Watson finché l’estetica posso cucinarmela colla mia testa.

La mia dissertazione su Mestrovic  mi trovo ad averla scritta appunto otto anni addietro, quando Francesco Giuseppe filava il perfetto amore con la sua amica, e i serbi avevano rizzato pacificamente il loro padiglione a Valle Giulia, invece di pensare, come ora, a rizzare le loro tende guerriere nella Venezia Giulia. Non mi lascerò sfuggire l’occasione di ricopiarmi, per qualche periodo; riunendo così il doppio vantaggio di riuscire imparziale, almeno riguardo alle passioni odierne, e di alleggerirmi la noia di scrivere questo articolo.

           “Con la combinazione di varie caratteristiche dei tipi plastici degli assiri, degli egiziani, dei prefidiaci, e attraverso insistenti ricordi delle attitudini dei fiumi ellenici, e delle muscolature dei torsi michelangioleschi, Mestrovic, scrivevo, si è foggiato il suo tipo di nudo. Suo, se le sculture di artisti numerosi, per esempio la  Terra e il Torso Virile di Franz Metzner, un grande nudo del Lederer, ed altre, non mi debbono rammentare che questo tipo, con questa o quella differenza, è in uso da anni presso i secessionisti austriaci e tedeschi”… “E’ un tipo violento, di dominatore carnale quale potrebbe, per esempio, essere desiderato dalla Salomé straussiana; un mostro nel quale può obbiettivarsi l’ossessione fisiologica di un’epoca malata, e, per ottenerlo, Mestrovic si è servito di tutti gli elementi di bassa letteratura, con i quali, da Strauss allo Swimburns a D’Annunzio, fu cercato cento volte di combinare, con gli spurghi del decantesimo, un michelangiolismo di maniera”. “Con questo tipo di secessione, continuavo, Mestrovic ha osato foggiare la popolazione eroica del tempio dedicato a Kosovo e a Kralijevic... Da ogni parte del tempio ci torna riflessa la smorfiosa esagerazione bestiale degli stessi volti. E uno finisce per sentirsi come in una stanza a specchi, che moltiplichi vertiginosamente un rictus freddo e falso; il rictus di una follia sterile, di quella che scoppia dentro le fantasie torbide e sconnesse... Ma più di Klimt e di altri, Mestrovic è invasato dalla febbre del sublime, mentre porta un’anima elegiaca”… E a questo punto avevo piazzato una descrizioncina, anche abbastanza riuscita, di alcuni pezzi di scultura mestroviciana, pienamente sinceri e realmente importanti; la Testa di donna in bronzo; la testa di Ricordanze; ai quali, più tardi, son venuti a far compagnia altri pezzi come Il ritratto di Bistolfi, ecc. Ma lascerò fuori questa descrizione: la ricopierò in qualche altra circostanza.

   

E’ chiaro che non sono ritornato su queste giovanili valutazioni, con le quali anche oggi concordo perfettamente, allo scopo di suggerire che siccome la scultura di Mestrovic dipende, in gran parte dalla scultura secessionista viennese, la Serbia non deve esser altro che un sobborgo di Vienna. O che siccome la scultura di Mestrovic, nel suo aspetto generale, è una scultura decadente, la Serbia deve essere una nazione in decadenza. Il mio scopo è diverso. E va riferito, come mostrerò fra un minuto, a quella vocazione alla quale ho ormai consacrato tutte le mezze ore nelle quali non ho da fare niente di meglio: la vocazione di dir male del nostro governo.

 

Tutti conoscete qualche saggio di réclame nazionale. “O passeggero non andar di trotto - che io ti darò la birra a un soldo il gotto.” E’ il cartello di un gelataio e birrajo ambulante, dal quale potete rinfrescarvi, a Firenze, verso via Ghibellina, via del Proconsolo o via Condotta. Oppure “Da Giggi ce se beve bene”. Ma inutile insistere sugli esempi nostrani. “Içannette, de tout un peu!”. Questo è il nome di un delizioso negozio parigino, in Rue de Faubourg Saint-Germain, se non sbaglio, dove vendono bambole vestite come Massine o la Lopokova, nelle “Donne di buon amore”; rosari di conchiglie indiane, e cuscini, e piccoli buddha d’avorio, e quadri postimpressionisti. Ma eccovi infine un pajo di réclame schiettamente londinesi. La prima è in Piccadilly, in un negozio di camicerie: “We pyjama the world”, che si può tradurre “Noi pigiamiamo il mondo”. E quest’altra è in via Fleet Street, in un negozio di materiale cartografico, topografico e di libri di geografia: “We map the world”: Noi mappiamo il mondo. Paese che vai, réclame che trovi.

Su uno spirito pubblico pel quale si adoperano réclame di questo tipo: We pyjama the world”, è evidente che l’unico genere di réclame politica, cioè di propaganda che poteva avere effetto, è il genere di propaganda per il quale gli jugoslavi, fra tutti i popoli d’Europa, appaiono così ben dotati. Inutile nasconderselo, amici. Gli inglesi sono un gran popolo. Ma un gran popolo con una gran testa dura. E per fare entrare qualcosa nelle teste dure, non c’è che un metodo: ripetere, ripetere e ripetere. E’ un metodo basso e umiliante. Ma non ce ne sono altri. Aprite il Manchester-Guardian: da quattro mesi a questa parte , i suoi onesti articoli di fondo, non ripetono che una antifona: “Pace pulita e lega delle Nazioni”. E pare che non basti. Aprite la Morning Post: da quattro mesi a questa parte i suoi ingegnosi articoli di fondo, non ripetono che una antifona: “L’Inghilterra è in mano dei bolsceviki”. Ma gli jugoslavi sono stati più costanti degli editor del Manchester e più ricchi di risorse dell’editor del Morning Post. E la loro ostinazione e la loro bombastica, hanno costituito senza discussione il più gran successo di propaganda degli ultimi tempi a Londra. Con uno scultore di carattere secessionista ed austriaco, hanno creato la leggenda di una grande arte primitiva serba. Criticamente è una sciocchezza. Ma gli inglesi non hanno spirito critico. Gli inglesi non aspirano ad essere intelligenti. Con gli inglesi è inutile impiantare  discussioni,  polemiche,  esibire analisi,  giuochi  d i sottigliezza,  stampare statistiche e contro statistiche. Con gli inglesi non c’è che il metodo diretto dell’asserzione. Dopo un’ora che li interessate, si accorgono che state nella stanza, e vi ricolmano di premure. Se state in silenzio, aspettando di essere interpellati, finiranno per scambiarvi con una seggiola, e buona notte.

Io non dico, intendiamoci, che ci si dovesse mettere in una concorrenza balcanica di petulanze, tracotanze, guasconate. Tutt’altro. Ma bisognava farsi conoscere, asserirsi. E da noi hanno creduto che siccome l’Inghilterra era amica, per questo solo fatto essa dovesse conoscerci. Il contrario. I nemici sono quelli che ci conoscono di più. Gli amici sono quelli che ci conoscono di meno, o non ci conoscono affatto. E, tante volte, se ci conoscessero bene, non sarebbero nemmeno amici.Non è questo il caso dell’Inghilterra e dell’Italia. Ma resta il fatto che l’Italia, sconosciuta, s’è tenuta ferma e zitta in un cantuccio del rumoroso salotto, finché tutti non l’hanno scambiata, non per un nemico, ma per una poltrona. La propaganda ch’è stata fatta, il poco che è stato fatto, è stato fatto su linee scolorite, burocratiche, professionali. Nulla di nulla per toccare queste callose, torbide fantasie, che stanno ancora ferme a Dante, fino al punto di farcelo maledire; e ruminano ancora quell’infame Rinascenza! Non si sapeva che questo è il paese dove i più forti scrittori, dico Shaw, dico Belloc, dico Chersterton, per farsi ascoltare hanno dovuto vestirsi da pagliacci. Non si sapeva che la réclame del regno dei cieli si fa mettendo una uniforme con le mostrine rosse e i bottoni d’oro, e girando a plotoni per le strade, soffiando a tutta forza nei tromboni e nei clarinetti, e picchiando sulle grancasse.

“We pyjama the world”. E allora i serbi, insieme ad altre cose, hanno fatto vedere che Mestrovic poteva coprire il mondo di statue; non importa se statue mediocri, e statue più austriache che serbe. Perché dunque non è stato mobilitato, e lo dico senza ombra di ironia, non è stato mobilitato Marinetti con uno squadrone di futuristi? Come sarei andato volentieri ad incontrarlo a Waterloo Station, rinnovando per l’occasione una gran lucerna di carta! Tutti avrebbero detto: “Che bei matti, che gente allegra questi italiani!” Mentre ora devon pensare che gli italiani non sono nemmeno matti. E perché coi denari spesi a far viaggiare tanti cretini, non sono state fatte viaggiare delle casse piene di quadri, e di quadri, e di quadri di Soffici, Spadini, Carrà, Oppo, etc. non avrebbero capito nulla, ma avrebbero capito che c’era qualcosa da capire. E quei rari che non avessero cominciato a capire, per venti, trent’anni, non l’avrebbero più finita di ripensare e ricordare e rimuginare questo Soffici, quest’Oppo, questo Carrà, questo Spadini. Perché infine, non sono stati tradotti e lanciati che i libri e opuscoli idioti e insignificanti?

Voi direte che il popolo italiano è troppo antico, fiero. Il Popolo Italiano non ha bisogno di propaganda. E allora non fatene nemmeno. E andiamo a spenderceli tutti da Giggi “che ce se beve bene”. Ma facendone e non facendone, come avete fatto, voi fate capire soltanto una cosa, ed è la verità: che avete bisogno di propaganda e che non la sapete fare.

Emilio Cecchi