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E’
probabile che vi abbia fatto risalire la vera responsabilità di Kosovo
al Barone Sonnino. Ma se io non mangerei mai, per tutto l’oro del
mondo, una bistecca cucinata con le mie mani, a maggior ragione, per
tutto l'oro del mondo, non accetterei di trangugiare una dissertazione
estetica di Seton-Watson finché l’estetica posso cucinarmela colla
mia testa.
La
mia dissertazione su Mestrovic mi
trovo ad averla scritta appunto otto anni addietro, quando Francesco
Giuseppe filava il perfetto amore con la sua amica, e i serbi avevano
rizzato pacificamente il loro padiglione a Valle Giulia, invece di
pensare, come ora, a rizzare le loro tende guerriere nella Venezia
Giulia. Non mi lascerò sfuggire l’occasione di ricopiarmi, per
qualche periodo; riunendo così il doppio vantaggio di riuscire
imparziale, almeno riguardo alle passioni odierne, e di alleggerirmi la
noia di scrivere questo articolo.
“Con la
combinazione di varie caratteristiche dei tipi plastici degli assiri,
degli egiziani, dei prefidiaci, e attraverso insistenti ricordi delle
attitudini dei fiumi ellenici, e delle muscolature dei torsi
michelangioleschi, Mestrovic, scrivevo, si è foggiato il suo tipo di
nudo. Suo, se le sculture di artisti numerosi, per esempio la
Terra
e il Torso
Virile di
Franz Metzner, un grande nudo del Lederer, ed altre, non mi
debbono rammentare che questo tipo,
con questa o quella differenza, è in uso da anni presso i secessionisti
austriaci e tedeschi”… “E’ un tipo violento, di dominatore
carnale quale potrebbe, per esempio, essere desiderato dalla Salomé
straussiana; un mostro nel quale può obbiettivarsi l’ossessione
fisiologica di un’epoca malata, e, per ottenerlo, Mestrovic si è
servito di tutti gli elementi di bassa letteratura, con i quali, da
Strauss allo Swimburns a D’Annunzio, fu cercato cento volte di
combinare, con gli spurghi del decantesimo, un michelangiolismo di
maniera”. “Con questo tipo di secessione, continuavo, Mestrovic ha
osato foggiare la popolazione eroica del tempio dedicato a Kosovo e a
Kralijevic... Da ogni parte del tempio ci torna riflessa la smorfiosa
esagerazione bestiale degli stessi volti. E uno finisce per sentirsi
come in una stanza a specchi, che moltiplichi vertiginosamente un rictus
freddo e falso; il
rictus
di una follia sterile, di quella che scoppia dentro le fantasie torbide
e sconnesse... Ma più di Klimt e di altri, Mestrovic è invasato dalla
febbre del sublime, mentre porta un’anima elegiaca”… E a questo
punto avevo piazzato una descrizioncina, anche abbastanza riuscita, di
alcuni pezzi di scultura mestroviciana, pienamente sinceri e realmente
importanti; la Testa
di donna in
bronzo; la testa di Ricordanze;
ai quali, più tardi, son venuti a far compagnia altri pezzi come Il
ritratto di Bistolfi,
ecc. Ma lascerò fuori questa descrizione: la ricopierò in qualche
altra circostanza.
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Tutti
conoscete qualche saggio di réclame
nazionale. “O passeggero non andar di trotto - che io ti darò la
birra a un soldo il gotto.” E’ il cartello di un gelataio e birrajo
ambulante, dal quale potete rinfrescarvi, a Firenze, verso via
Ghibellina, via del Proconsolo o via Condotta. Oppure “Da Giggi ce se
beve bene”. Ma inutile insistere sugli esempi nostrani. “Içannette,
de tout un peu!”. Questo è il nome di un delizioso negozio parigino,
in Rue de Faubourg Saint-Germain, se non sbaglio, dove vendono bambole
vestite come Massine o la Lopokova, nelle “Donne di buon amore”;
rosari di conchiglie indiane, e cuscini, e piccoli buddha d’avorio, e
quadri postimpressionisti. Ma eccovi infine un pajo di réclame
schiettamente londinesi. La prima è in Piccadilly, in un negozio di
camicerie: “We pyjama the world”, che si può tradurre “Noi
pigiamiamo il mondo”. E quest’altra è in via Fleet Street, in un
negozio di materiale cartografico, topografico e di libri di geografia:
“We map the world”: Noi mappiamo il mondo. Paese che vai, réclame
che trovi.
Su
uno spirito pubblico pel quale si adoperano réclame
di questo tipo: We pyjama the world”, è evidente che l’unico genere
di réclame politica, cioè
di propaganda che poteva avere effetto, è il genere di propaganda per
il quale gli jugoslavi, fra tutti i popoli d’Europa, appaiono così
ben dotati. Inutile nasconderselo, amici. Gli inglesi sono un gran
popolo. Ma un gran popolo con una gran testa dura. E per fare entrare
qualcosa nelle teste dure, non c’è che un metodo: ripetere, ripetere
e ripetere. E’ un metodo basso e umiliante. Ma non ce ne sono altri.
Aprite il Manchester-Guardian:
da quattro mesi a questa parte , i suoi onesti articoli di fondo, non
ripetono che una antifona: “Pace
pulita e lega delle Nazioni”. E pare che non basti. Aprite la Morning
Post: da quattro mesi a questa parte i suoi ingegnosi articoli di
fondo, non ripetono che una antifona: “L’Inghilterra è in mano dei
bolsceviki”. Ma gli jugoslavi sono stati più costanti degli editor
del Manchester e più ricchi
di risorse dell’editor del Morning
Post. E la loro
ostinazione e la loro bombastica, hanno costituito senza discussione il
più gran successo di propaganda degli ultimi tempi a Londra. Con uno
scultore di carattere secessionista ed austriaco, hanno creato la
leggenda di una grande arte primitiva serba. Criticamente è una
sciocchezza. Ma gli inglesi non hanno spirito critico. Gli inglesi non
aspirano ad essere intelligenti. Con gli inglesi è inutile impiantare
discussioni, polemiche,
esibire analisi, giuochi
d i sottigliezza, stampare
statistiche
e contro statistiche. Con gli inglesi non c’è che il metodo diretto
dell’asserzione. Dopo un’ora che li interessate, si accorgono che
state nella stanza, e vi ricolmano di premure. Se state in silenzio,
aspettando di essere interpellati, finiranno per scambiarvi con una
seggiola, e buona notte.
Io
non dico, intendiamoci, che ci si dovesse mettere in una concorrenza
balcanica di petulanze, tracotanze, guasconate. Tutt’altro. Ma
bisognava farsi conoscere, asserirsi. E da noi hanno creduto che siccome
l’Inghilterra
era amica, per questo solo fatto essa dovesse conoscerci. Il contrario.
I nemici sono quelli che ci conoscono di più. Gli amici sono quelli che
ci conoscono di meno, o non ci conoscono affatto. E, tante volte, se ci
conoscessero bene, non sarebbero nemmeno amici.Non è questo il caso
dell’Inghilterra e dell’Italia. Ma resta il fatto che l’Italia,
sconosciuta, s’è tenuta ferma e zitta in un cantuccio del rumoroso
salotto, finché tutti non l’hanno scambiata, non per un nemico, ma
per una poltrona. La propaganda ch’è stata fatta, il poco che è
stato fatto, è stato fatto su linee scolorite, burocratiche,
professionali. Nulla di nulla per toccare queste callose, torbide
fantasie, che stanno ancora ferme a Dante, fino al punto di farcelo
maledire; e ruminano ancora quell’infame Rinascenza! Non si sapeva che
questo è il paese dove i più forti scrittori, dico Shaw, dico Belloc,
dico Chersterton, per farsi ascoltare hanno dovuto vestirsi da pagliacci.
Non si sapeva che la réclame
del regno dei cieli si fa mettendo una uniforme con le mostrine rosse e
i bottoni d’oro, e girando a plotoni per le strade, soffiando a tutta
forza nei tromboni e nei clarinetti, e picchiando sulle grancasse.
“We
pyjama the world”. E
allora i serbi, insieme ad altre cose, hanno fatto vedere che Mestrovic
poteva coprire il mondo di statue; non importa se statue mediocri, e
statue più austriache che serbe. Perché dunque non è stato mobilitato,
e lo dico senza ombra di ironia, non è stato mobilitato Marinetti con
uno squadrone di futuristi? Come sarei andato volentieri ad incontrarlo
a Waterloo Station,
rinnovando per l’occasione una gran lucerna di carta! Tutti avrebbero
detto: “Che bei matti, che gente allegra questi italiani!” Mentre
ora devon pensare che gli italiani non sono nemmeno matti. E perché coi
denari spesi a far viaggiare tanti cretini, non sono state fatte
viaggiare delle casse piene di quadri, e di quadri, e di quadri di
Soffici, Spadini, Carrà, Oppo, etc. non avrebbero capito nulla, ma
avrebbero capito che c’era qualcosa
da capire. E quei rari che non avessero cominciato a capire, per venti,
trent’anni, non l’avrebbero più finita di ripensare e ricordare e
rimuginare questo Soffici, quest’Oppo, questo Carrà, questo Spadini.
Perché infine, non sono stati tradotti e lanciati che i libri e
opuscoli idioti e insignificanti?
Voi
direte che il popolo italiano è troppo antico, fiero. Il Popolo
Italiano non ha bisogno di propaganda. E allora non fatene nemmeno. E
andiamo a spenderceli tutti da Giggi “che ce se beve bene”. Ma
facendone e non facendone, come avete fatto, voi fate capire soltanto
una cosa, ed è la verità: che avete bisogno di propaganda e che non la
sapete fare.
Emilio
Cecchi |