Artisti contemporanei: Ivan Meštrović
   "Emporium", maggio 1910.
 

 

 

La leggenda di Giotto pastore trovato un dì da Cimabue mentre ritraeva al naturale una pecora, raccontataci dal Ghilberti e dal Vasari, rinnovata poi per il Mantegna, per Andrea del Castagno, per il Sansovino ed in ultimo nei giorni nostri anche per il Segantini, sfatata dalle indagini della critica moderna, diventa oggi realtà con lo scultore dalmata Ivan Mestrovic.

Egli stesso la racconta, e può raccontarla con compiacenza mirando l’imponente opera sua che in parte già espose a Venezia alla Biennale del 1907 e nei salons di Parigi e che ora, ampliata, raggruppa nella Secessione di Vienna.

Ivan Mestrovic nacque in Dalmazia nei dintorni di Sebenico, figlio di umili pastori morlacchi. 

 

   

La sua prima occupazione fu quella di pascolare le pecore su per le rupi scoscese della sua patria e il primo suo diletto l’ascoltare i canti epici del suo popolo. Così crebbe il fanciullo. Ma il dono dell’arte si manifestò quando nelle serate d’inverno vedeva il padre intagliare rozzamente in legno le semplici suppellettili della casa. Cercò allora di imitarlo e di sorpassarlo.

Il legno fu il primo materiale nel quale impresse il suo genio. Una vena individuale egli mostrava già allora. E come era solito vedere le pastorelle con la rocca in mano e filare, pensò di ornare questo istrumento in maniera nuova e non per dianzi veduta. Il Mestrovic non era mai uscito dal suo villaggio, non conosceva l’arte nelle sue raffinatezze, non le grandi creazioni del genio nei secoli. Onde l’ornamento rude, sentito da vero figlio della natura, fu il suo primo tentativo artistico. Dal legno passò all’argilla, senza comprendere, come egli lo dice, il suo vero valore. Sicché da prima la trattò come aveva trattato il legno, cavandone forme di mezzo rilievo, via via però studiando le sue qualità e perfezionando questi tentativi. Trovò il mecenate che dar gli potesse i mezzi per studiare, per rompere le catene che stringevano la sua fin troppo fervida fantasia e tutta quella forza repressa che ribolliva nel suo interno. A Vienna, all’Accademia, fu pessimo scolaro. I professori non lo potevano costringere e piegare ai loro metodi. Ma il Mestrovic lavorava di nascosto, indefessamente. Erano semplici tentativi, un cercare nel buio! Per arrivare all’arte moderna, gli era necessaria la cultura moderna, perciò lesse e rilesse ogni specie d’autore e ne cavò un’influenza dalla quale forse mai più si libererà.

   

Sicché ogni sua opera, fin dalle prime, incorpora un’idea; e di solito questa è poetica, di una poesia profonda, quasi sempre impregnata dal sapore delle epopee slave che per tradizione vivono, sconosciute  a gran parte del mondo, nella sua patria. Delle prime opere citerò il Sacrificio dell’Innocenza e un Vecchio pescatore istriano tutto forza ed espressione, con delle rughe intorno alla cavità dell’occhio che rivelano l’astuzia dell’uomo di mare insieme allo spirito di profonda osservazione dell’artista che seppe comprenderle e riprodurle.

Ma il Mestrovic non aveva ancora imparato ad apprezzare il materiale primo per lo scultore: il marmo. Creava secondo la maniera moderna nella creta, punto curando membra troppo sporgenti e intraducibili in pietra. Il blocco e la composizione in esso come l’aveva ideata Michelangelo gli era cosa sconosciuta. Però il suo genio rude non poteva trovare soddisfazione che nel compimento nel blocco. Onde come un dì per il Buonarroti, così divenne per lui massima la sentenza: “cavare bisogna la statua dal blocco!” e “cavate” o almeno “ideate” nel blocco sono tutte le opere sue degli ultimi anni.

    "Fonte della Vita" / "Izvor zivota" 1905 , bronzo/bronca

Vienna non lo soddisfece. L’abbandonò per Parigi, dopo avere già disertata l’Accademia, non senza però lasciare dietro di sé molte opere di pregio, che già furono esposte alla Secession e parte portate a perfetto compimento, come il gruppo di granito intitolato La Fonte della vita, che orna il cortile interno del signor Karl Wingenstein a Vienna. 

A Parigi non frequentò scuole. Fece tutto da sé, ed in questi ultimi due anni, con una costanza fenomenale, creò le cinquanta statue che ora sono esposte nella Secessione . Qui figurano quale opera principale i frammenti e gli schizzi per un tempio di eroi caduti. 

   

Sono quei giovani slavi combattenti  come narrano le cantiche popolari da lui udite da fanciullo (e tradotte nel nostro idioma dal Tommaseo) contro l’orda mussulmana, caduti dopo un’orrenda carneficina sul campo di Kossovo. Con essi dorme la gloria dei Serbi e dei Bulgari, con essi l’indipendenza nazionale; e il giogo turco tronca alla giovane razza ogni possibilità di un’ulteriore sviluppo. L’individuo geniale che sorse tra i pronipoti di questi eroi caduti, uno Schiamone, un Tommaseo, dovette volgere lo sguardo al vicino suolo italico per trovar campo a manifestare le sue qualità. Pur tuttavia il ricordo dei caduti è rimasto: ad essi il Mestrovic vuole erigere  un monumento perenne, qualcosa di colossale che nell’ardire eguaglia, direi quasi, quello del Buonarroti progettato per papa Giulio secondo.

Una teoria di cariatidi, dal volto severo, angoloso, condurrà il visitatore a un affresco ove saranno rappresentati gli eroi caduti: uno stuolo infinito di giovani vite spente. E intorno, raffigurate in plastica, piangeranno le vedove. Più esse saranno vicine ai morti, più appariranno nude, come quelle egizie che avvicinandosi al tempio si spogliavano. Sicché gli eroi diventano l’emblema sacro, la meta delle vedove lacrimanti, separate dai loro sposi e, come canta la leggenda, costrette a perpetua castità. In ognuna sarà espresso un altro sentimento: di contro all’uomo morto, ognuna sarà tormentata da un altro dolore. Qualcosa di mistico aliterà nel fato rappresentato dalle sfingi inesorabili, pesanti, tozze e bestiali. Bassorilievi gireranno pure intorno, affine di illustrare i particolari della cruenta lotta. E fra i più belli ne colgo il seguente: E’ una mattina di primavera tutta sole. Una grande quiete pende su l’ecatombe. Sul campo non vi sono che caduti. E una fanciulla di nobile stirpe esce sola, recando un’anfora d’oro. Cerca l’amante che veduto nei giorni innanzi nel tempio ricevere la benedizione prima della lotta. Era questi uno dei più belli e dei più forti. Cauta, ora muove i caduti, dà da bere ai  feriti e a questi dimanda del suo uomo, ansiosa. Un porta-bandiera a cui fu mozza una gamba e il braccio, sa darle risposta. “Là dove la lotta fu più forte, dove il mucchio dei caduti è più grande, dove nessuno più si muove, lì cerca e guarda e lo troverai!”.

E fra tutti gli eroi e le vedove desolate e le sfingi mute, simbolo della perenne tradizione, s’aggira un vecchio cieco, novello Omero, che ai fanciulli racconta le prodezze degli avi. E il pastore l’accompagna modulando sul suo flauto la nota patetica. – Or non è dunque il Mestrovic stesso il pastore che con la creta canta l’inno agli eroi della sua terra?

L’opera è esposta in frammenti. Abbiamo la duplice fila di cariatidi, con allo sfondo una sfinge dall’intero corpo femmineo, abbiamo gruppi di eroi colossali e di vedove oppresse dal dolore: teste, mani e gran parte dei bassorilievi, fra cui quello della giovine sposa in cerca del suo amante che per drammaticità d’espressione è uno dei migliori.  

 

Molte statue rimarranno frammenti anche nell’opera compiuta, per significare i canti pure rimasti frammenti.

Ma ogni frammento è per sé un capolavoro, come lo sono il Mosè o gli Schiavi o gli Apostoli di Michelangelo. Il colossale eroe che in uno slancio muove il passo, opera ideata nel blocco (tant’è che l’artista trovò dannoso all’armonia della linea l’eseguire le braccia), ha la fronte stretta e prominente, le ciglia contratte in avanti come chi cela una volontà ed un’energia indomita. Ad aumentare lo slancio, i capelli gli si annodano dietro la nuca in una sua forma, che fa pensare a quelle acconciature dei guerrieri o dei cacciatori nei bassorilievi antico- persiani. Questa acconciatura diviene per le sfingi una necessità nell’arte di Mestrovic, che tende ad evitare i cosiddetti spazi negativi e serrare ogni sua figura, come la composizione intera, in una linea sola.

Ricche di contrasti, differenti nell’espressione del dolore interno che le rode, sono le madri e le spose abbandonate. Una muta disperazione è in quella che stringendo a sé il figlioletto reclina il capo e lascia pendere il braccio in un’inerzia pesante, mentre il mento pare le tremi per un profondo singulto. La ricchezza dei contrapposti e lo schema della composizione fanno pensare alla Madonna Medici di San Lorenzo a Firenze, questa  come quella del bambino non si cura apparentemente e un altro doloroso pensiero pare la occupi. Una vergine, veramente cavata dal masso, personifica il ricordo. E qui pure risaltano quei contrapposti che aumentano in vigoria negli eroi. Sono in queste schiene contratte, rivelanti una forza depressa e vinta , ciglia aggrottate non nello spasimo, ma nel costante pensiero di combattere e di cadere  eroicamente. E fra tutto questo movimento la bella ed espressiva testa del cieco pastore cantore è come la nota armoniosa dei prati erbosi che si estendono là, dove un dì scorse il sangue dei difensori della patria.

E’ strana l’impressione delle opere del Mestrovic sul grande pubblico colto ed incolto che col catalogo alla mano gira le sale all’esposizione. A Vienna, una città dove i due limiti delle tendenze artistiche toccano così sensibilmente, dove in strano  contrasto con l’arte del Klimt e della Kunstschan appare vicina a quell’arte da salone, con poche eccezioni ritardataria di trent’anni, che in ogni stagione figura nei grandi locali del Kunstlerhaus , lì Mestrovic doveva recare entusiasmo e scandalo.

Entusiasmo tra i secessionisti e in coloro che in lui intuirono una nuova e giovanile forza, scandalo tra il pubblico che cerca opere per ornare le sue stanze da pranzo e fra gli studenti e professori dell’Accademia. Questi ultimi a mala pena velarono il muto rancore nutrito per il disertore delle loro aule fattosi di un tratto celebre. Molti visitatori dell’esposizione, che non conoscevano il significato degli eroi e delle vedove esposti come cosa frammentaria, s’indignarono pure, e acuendo il loro spirito interpretarono le singole figure nei modi più stravaganti. Basterà notare che un certo giornale locale vide nella acconciatura dei capelli degli eroi niente meno che un berretto fregio! Bastava ciò per indignare il più buono tra i buoni  viennesi!

Ma il Mestrovic ed i suoi amici alle ciarle non badano e tirano innanzi, verso la loro meta.

Oltre il ciclo degli eroi e delle vedove, figurano altre opere del Mestrovic, non minori per il loro pregio. Noterò in fretta La madre dell’artista, lo studio per una mano che è un capolavoro; alcuni ritratti, dei busti in gesso eseguiti per commissione, dei bei lavori in legno, indi dei bassorilievi, fra cui alcuni satirici come quello del Vecchio lussurioso che riproduciamo, il busto della Schiavone, un Lacoonte ove invece dei serpenti una femmina s’aggroviglia  intorno alle di lui membra ed infine un bel vaso con due Cariatidi per anse e con nel tondo una catena d’atleti allacciati ove ancora l’artista mostra la sua valentia nella figurazione del corpo umano.

Il Mestrovic è un’artista formatosi da solo, come tutti i geniali. Per il suo ulteriore sviluppo gli furono però di scuola le opere dell’arte antica: predilige le colossali e serrate figurazioni degli Assiri e degli Egizi, ch’egli studiò nei musei di Londra e di Parigi, ammira Michelangelo e parlando di Firenze e Roma scorgesi che il grande maestro del cinquecento gli ha lasciato le maggiori impressioni. Mantiene e sviluppa a modo suo i motivi ornamentali del popolo fra cui nacque, dai quali si spira un forte soffio d’orientalità; ma sopra tutto ama l’idea, il contenuto psichico onde le sue opere sono trasfuse. – Lavoratore solitario ed instancabile, il Mestrovic è uno tra le più belle speranze dell’arte moderna.

Sull’edifizio della Secessione, divenuto troppo angusto per capire la quantità di statue gigantesche, che nella ribellione dei loro muscoli tentano di frangere ancor questa catena, sventola bandiera verde. E’ un simbolo dell’arte nuova? Un accenno a nuove ed ancor più belle vittorie? – la  giovinezza dell’artista ce le promette,  mentre la sua produttività ci stupisce. Sia dunque simbolo di speranza e di realizzazione di tutti i bei progetti che vivono tumultuosi nella mente di Mestrovic, ad esecuzione dei quali, siamo certi, le forze non gli mancheranno.

 Leone Planiscig