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Di
questa situazione di disattenzione e sfortuna critica risente
sensibilmente la sintetica ma efficace mostra del maestro jugoslavo
esportata dalle Gallerie civiche della città di Zagabria (dove
Mestrovic risiedette a lungo, e dove sono visitabili la sua casa e il
suo studio) nella Galleria nazionale di Berlino Ovest, nella Kunsthaus
di Zurigo, nel Museo del XX Secolo di Vienna ed ora a Milano in Palazzo
Reale. Sia Marjian Susovski, direttore delle Gallerie della città di
Zagabria, sia Mario De Micheli e Gillo Dorfles, che introducono
l’artista nel bel catalogo dell’edizione italiana della rassegna,
stampato da Vangelista, si prodigano infatti nell’offrire, da
diverse angolazioni, un’immagine moderna dello scultore: utilmente,
contro tanti luoghi comuni, ma anche non senza rischi.
Pericolosa
può infatti essere l’insistenza (peraltro legittima e sviluppata da
Dorfles con intelligente discrezione in un contesto largamente
comprensivo) sul Mestrovic “più intimo, lirico e appassionato”, che
opera sul registro “dalla commozione, della tenerezza, della
«pietas» familiare”. Così come può dare un tono limitativo
all’accostamento dell’imponente , varia attività dell’artista la
difesa, per altro giustificata, della sua diversa modernità in cui si
cimenta De Micheli. Mentre addirittura fuorviante è la connessione,
improponibile, tra l’auspicabile nuovo successo dell’arte di
Mestrovic e l’apertura “ai retrostili” della “nostra epoca
postmoderna di fine secolo” suggerita da Susovski.
Niente
infatti Mestrovic ha a che spartire con i recuperi ed i revival
formalistici dei nostri giorni. Al contrario egli è stato scultore nel
senso primo e letterale del termine: come i classici greci, come
Michelangelo, come Rodin, che infatti egli amava e con cui si
confrontava; ed anche come i lapicidi delle epoche
primitive o i grandi assiri, babilonesi, egizi.
Al di qua di scelte particolari di stile, sottolinea bene De Micheli,
“ogni incontro con la storia dell’arte del passato fu per lui come
una sorta di rivelazione”, che lo lasciava “folgorato, come un
barbaro davanti alla scoperta improvvisa di una ricchezza e di una
bellezza insospettate, sconosciute”. Nulla di estetizzante nel suo
lavoro, ove la cultura è vita ed il linguaggio strumento di espressione.
Di
qui la forza dirompente che consentì allo scultore jugoslavo di ideare
appena venticinquenne il Tempio
di Vidovadan
e le oltre sessanta statue del
Ciclo di Kossovo
che dovevano integrarlo, dando forma epica (si veda in mostra la statua
eretta di Milos Obilić e il Torso del 1908)
all’aspirazione all’unità nazionale jugoslava, da Mestrovic
propugnata anche con un attivo impegno patriottico. Confluivano in
queste sue prime importanti prove le leggende popolari ed i canti
nazionali della sua terra. E certo determinante fu “l’osmosi tra
l’anima contadina” ed una “anima eroica” (Dorfles) maturate
nella sua infanzia e prima giovinezza in Slavonia, dove era nato (a
Vrpolje) nel 1883. M ma già in diretto rapporto con la scultura del suo
tempo e con quella dei secoli precedenti. Fin dal 1900 Mestrovic si era
trasferito a Vienna, dove studia all’Accademia di Belle Arti,
soggiornandovi fino al 1907. In un momento quindi, di grande vivacità
culturale, attorno alla Secessione, alla quale egli attivamente
partecipa.
A
Vienna può studiare la scultura antica; nel 1902 ha l’occasione di
vedere una grande mostra di Rodin, dell’esempio del quale è evidente
la traccia in molte opere del tempo come in Timor
Dei o Leone
Tolstoj
del 1904, o in Passione
e La
Fonte della Vita
(1905), per limitarci alle opere documentate a Palazzo Reale. Conoscenze
subito approfondite nella stessa Parigi, dove Mestrovic si trasferisce
nel 1907 ed attende al ciclo di Kossovo, nel quale si possono notare
anche ripercussioni, ad esempio, della modellazione di Bourdelle e
dell’integrità plastica di Maillol (si veda, sempre in mostra,
Ricordo,
del 1908).
Intensissima
pure l’attività espositiva, in tutta Europa: nel 1907 è alla
Biennale di Venezia, dove nel 1914 presenta per la prima volta il
modello in legno del Tempio di Vidovdan; nel 1910
invia alla mostra della Secessione di Vienna le statue del Ciclo di
Kossovo; nel 1911 ottiene il primo premio per la scultura
all’Esposizione Internazionale d’arte di Roma, città nella quale
risiede fino al 1913 (ed in cui di nuovo soggiornerà ripetutamente e a
lungo); nel 1915, infine, ha una personale al Victoria and Albert
Museum, che fa da amplificatore alla sua militanza politica (nel
medesimo anno è tra i fondatori del Comitato jugoslavo
di liberazione nazionale).
Né
l’internazionalità di Mestrovic si attenua negli anni Venti e Trenta,
quando certo trova più larga manifestazione la sua vena
classicheggiante, neomichelangiolesca,
in accordo con il generale rappel à l’ordre. In dialettica,
peraltro, con il permanere, spesso, d’una energia dura di taglio e
d’immagine, d’una robustezza architettonica, che sa però talora
sciogliersi in accenti più morbidi ed interiorizzati, negli attorno al
’45, percorsi da un’inquieta tensione, retaggio anche delle
sofferenze patite per l’occupazione fascista. Mestrovic infatti
imprigionato e solo dopo alcuni mesi viene rilasciato per intervento del
Vaticano.
Deve
tuttavia lasciare la patria, dove nel dopoguerra ritornerà solo per
brevi periodi: nel 1942 si stabilisce per un anno a Roma; da qui
raggiunge prima Losanna e poi Ginevra, per tornare di nuovo nel 1946
nella capitale italiana. Nel 1947, poi, essendogli stata offerta una
cattedra di scultura, va negli Stati Uniti, dove morirà nel 1962.
Di
queste ultime fasi c’è ben poco della mostra milanese, essendo le
opere di quegli anni in collezioni e musei americani. Ben rappresentato
è invece un altro importante momento dell’arte di Mestrovic: quello
attorno al 1916-1917, in cui nacque una serie di eccezionali
bassorilievi lignei di soggetto religioso, d’un linearismo accentuato
che tuttavia non si risolve in decorativismo, per la tesa spiritualità
che i ritmi allentati e la spazialità appiattita informano. Provenienti
dal Kastelet e dalla galleria Mestrovic di Spalato, valgono da soli una
visita.
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