Meštrović barbaro e classico

    “Il Giornale Nuovo”, 18 ottobre  1987
 

  

 

A MILANO, PALAZZO REALE, UN IMPORTANTE RASSEGNA RIPROPONE L’OPERA DELLO SCULTORE JUGOSLAVO.

Due esempi tra i molti che si potrebbe addurre: sia il “Dizionario della scultura moderna” edito da Hazan a Parigi e dal Saggiatore in Italia, sia il saggio famoso di Read sulla “Scultura moderna” (pubblicato anche in Italia, da Mazzotta) non citano neppure Ivan Mestrovic: un protagonista della scultura in senso assoluto, per decenni celeberrimo, e poi progressivamente dimenticato o negativamente giudicato, sulla base di riferimenti sommari e, in sostanza, infondati.

   

Di questa situazione di disattenzione e sfortuna critica risente sensibilmente la sintetica ma efficace mostra del maestro jugoslavo esportata dalle Gallerie civiche della città di Zagabria (dove Mestrovic risiedette a lungo, e dove sono visitabili la sua casa e il suo studio) nella Galleria nazionale di Berlino Ovest, nella Kunsthaus di Zurigo, nel Museo del XX Secolo di Vienna ed ora a Milano in Palazzo Reale. Sia Marjian Susovski, direttore delle Gallerie della città di Zagabria, sia Mario De Micheli e Gillo Dorfles, che introducono l’artista nel bel catalogo dell’edizione italiana della rassegna, stampato da Vangelista, si prodigano infatti nell’offrire, da diverse angolazioni, un’immagine moderna dello scultore: utilmente, contro tanti luoghi comuni, ma anche non senza rischi.

Pericolosa può infatti essere l’insistenza (peraltro legittima e sviluppata da Dorfles con intelligente discrezione in un contesto largamente comprensivo) sul Mestrovic “più intimo, lirico e appassionato”, che opera sul registro “dalla commozione, della tenerezza, della «pietas» familiare”. Così come può dare un tono limitativo all’accostamento dell’imponente , varia attività dell’artista la difesa, per altro giustificata, della sua diversa modernità in cui si cimenta De Micheli. Mentre addirittura fuorviante è la connessione, improponibile, tra l’auspicabile nuovo successo dell’arte di Mestrovic e l’apertura “ai retrostili” della “nostra epoca postmoderna di fine secolo” suggerita da Susovski.

Niente infatti Mestrovic ha a che spartire con i recuperi ed i revival formalistici dei nostri giorni. Al contrario egli è stato scultore nel senso primo e letterale del termine: come i classici greci, come Michelangelo, come Rodin, che infatti egli amava e con cui si confrontava; ed anche come i lapicidi delle epoche primitive o i grandi assiri, babilonesi, egizi. Al di qua di scelte particolari di stile, sottolinea bene De Micheli, “ogni incontro con la storia dell’arte del passato fu per lui come una sorta di rivelazione”, che lo lasciava “folgorato, come un barbaro davanti alla scoperta improvvisa di una ricchezza e di una bellezza insospettate, sconosciute”. Nulla di estetizzante nel suo lavoro, ove la cultura è vita ed il linguaggio strumento di espressione.

Di qui la forza dirompente che consentì allo scultore jugoslavo di ideare appena venticinquenne il Tempio di Vidovadan e le oltre sessanta statue del Ciclo di Kossovo che dovevano integrarlo, dando forma epica (si veda in mostra la statua eretta di Milos Obilić e il Torso del 1908) all’aspirazione all’unità nazionale jugoslava, da Mestrovic propugnata anche con un attivo impegno patriottico. Confluivano in queste sue prime importanti prove le leggende popolari ed i canti nazionali della sua terra. E certo determinante fu “l’osmosi tra l’anima contadina” ed una “anima eroica” (Dorfles) maturate nella sua infanzia e prima giovinezza in Slavonia, dove era nato (a Vrpolje) nel 1883. M ma già in diretto rapporto con la scultura del suo tempo e con quella dei secoli precedenti. Fin dal 1900 Mestrovic si era trasferito a Vienna, dove studia all’Accademia di Belle Arti, soggiornandovi fino al 1907. In un momento quindi, di grande vivacità culturale, attorno alla Secessione, alla quale egli attivamente partecipa.

A Vienna può studiare la scultura antica; nel 1902 ha l’occasione di vedere una grande mostra di Rodin, dell’esempio del quale è evidente la traccia in molte opere del tempo come in Timor Dei o Leone Tolstoj del 1904, o  in Passione e La Fonte della Vita (1905), per limitarci alle opere documentate a Palazzo Reale. Conoscenze subito approfondite nella stessa Parigi, dove Mestrovic si trasferisce nel 1907 ed attende al ciclo di Kossovo, nel quale si possono notare anche ripercussioni, ad esempio, della modellazione di Bourdelle e dell’integrità plastica di Maillol (si veda, sempre in mostra, Ricordo, del 1908). Intensissima pure l’attività espositiva, in tutta Europa: nel 1907 è alla Biennale di Venezia, dove nel 1914 presenta per la prima volta il modello in legno del Tempio di Vidovdan; nel 1910 invia alla mostra della Secessione di Vienna le statue del Ciclo di Kossovo; nel 1911 ottiene il primo premio per la scultura all’Esposizione Internazionale d’arte di Roma, città nella quale risiede fino al 1913 (ed in cui di nuovo soggiornerà ripetutamente e a lungo); nel 1915, infine, ha una personale al Victoria and Albert Museum, che fa da amplificatore alla sua militanza politica (nel medesimo anno è tra i fondatori del Comitato jugoslavo  di liberazione nazionale).

Né l’internazionalità di Mestrovic si attenua negli anni Venti e Trenta, quando certo trova più larga manifestazione la sua vena classicheggiante, neomichelangiolesca,  in accordo con il generale rappel à l’ordre. In dialettica, peraltro, con il permanere, spesso, d’una energia dura di taglio e d’immagine, d’una robustezza architettonica, che sa però talora sciogliersi in accenti più morbidi ed interiorizzati, negli attorno al ’45, percorsi da un’inquieta tensione, retaggio anche delle sofferenze patite per l’occupazione fascista. Mestrovic infatti imprigionato e solo dopo alcuni mesi viene rilasciato per intervento del Vaticano.

Deve tuttavia lasciare la patria, dove nel dopoguerra ritornerà solo per brevi periodi: nel 1942 si stabilisce per un anno a Roma; da qui raggiunge prima Losanna e poi Ginevra, per tornare di nuovo nel 1946 nella capitale italiana. Nel 1947, poi, essendogli stata offerta una cattedra di scultura, va negli Stati Uniti, dove morirà nel 1962.

Di queste ultime fasi c’è ben poco della mostra milanese, essendo le opere di quegli anni in collezioni e musei americani. Ben rappresentato è invece un altro importante momento dell’arte di Mestrovic: quello attorno al 1916-1917, in cui nacque una serie di eccezionali bassorilievi lignei di soggetto religioso, d’un linearismo accentuato che tuttavia non si risolve in decorativismo, per la tesa spiritualità che i ritmi allentati e la spazialità appiattita informano. Provenienti dal Kastelet e dalla galleria Mestrovic di Spalato, valgono da soli una visita.

   

Luciano Caramel