da "Arte americana, slava, cinese e nipponica a Villa Cartoni " - IVAN MEšTROVIć

    “La Tribuna”, 23. travanj 1911.
 

  

 
"Sergio dal cattivo sguardo" / "Srde zlopogrde" 1911, regalo al popolo italiano /dar talijanskom narodu

Ivan Mestrovic vagheggia un gran sogno alla realizzazione del quale può dirsi abbia dedicato la vita: la creazione di un grande tempio nazionale, di una specie di Pantheon serbo destinato alla celebrazione degli eroi, dai gloriosi vinti di Kosovo, all’epopea barbaramente irruente di Marco Kraljevic ed alla vittoriosa riscossa di Giorgio Nero. E nell’attesa della realizzazione di questo patriottico sogno, egli da anni va già eseguendo ad una ad una le statue ed i fregi che dovranno adornare il futuro tempio glorificatore della stirpe.La sua concezione d’arte, la quale si rivela in questi numerosi frammenti, mostra nell’artista una primitività sincera ed una raffinatezza sapiente.

   

 Educato in Austria, ha subito profondamente l’influenza del secessionismo viennese, e passato in Francia, si è poi temprato al contatto con un’arte più umana e più passionale.

Ma preoccupato anche lui della dominante idea etnica, ha voluto dagli insegnamenti austriaci e francesi dedurre un principio d’arte che avesse sapore fortemente nazionale e che servisse pur esso alla finalità della razza.

In altre parole, Mestrovic ha presunto di dare, solo, al suo popolo quella tradizione che gli altri popoli hanno spontaneamente generato attraverso una  elaborazione secolare.

Partito dal concetto che il popolo serbo è ancora primitivo nel suo sviluppo intellettuale, ha pensato gli si addica un’arte primitiva che possa meglio comunicare con la sua natura. Ha dunque indagato le origini della civiltà e della razza per ritrovare gli elementi originari di questa primitività; e questi elementi ha creduto, forse non a torto, di ritrovare nelle civiltà orientali, specialmente assire. Ecco perché nel monumento da lui pensato, non meno che nelle singole sculture già eseguite, appaiono ispirazioni evidenti, a volte anzi veri e propri richiami a [...]motivi di decorazione persiana e assira.

Orbene, pur riconoscendo nel lavoro colossale di questo giovane grande artista straordinari pregi di esecuzione ed anche di invenzione ed anche vera genialità, io penso che l’idea con la quale si è messo con tanto ardore, non sia giusta e non raggiunge lo scopo che si prefigge. Perché io nego si possa fare dell’arte volutamente primitiva. L’ingenuità ha un solo fascino particolare, in questo è spontanea; se non è irremediabilmente affettazione, è artifizio.

La primitività non è semplicità, ma rozzezza e vale in quanto rudemente esprime, in quanto incosciamente trascura. Gli imitatori, non perverranno mai a rifarsi alla mentalità degli artisti primi: perciò dato anche che arrivino a comprenderne le intenzioni, è certo però che, per un processo istintivo di criticismo, tenteranno ad isolarne i pregi, ne risulterà una primitività migliorata, ossia affettata, falsa. Il dissidio tra l’ingenuità naturale e l’arcaismo artifizioso è, checché si faccia, insanabile.

Basta un esame un poco più che superficiale delle opere di Ivan Mestrovic per discernerne le diverse influenze che si sono sovrapposte in lui per portarlo alla creazione della maggior parte delle sue statue: greca, arcaica prima (e forse più per un riflesso teutonico che per diretto studio), michelangiolesco poi (ma piuttosto attraverso la visione rodiniana che attraverso la propria ammirazione) e tutto ciò accompagnato da reminescenze di rigidezze egizie e di contorsioni e di cupezza orientali.

Ma siccome Mestrovic è veramente un grande e non ostante tutto, originale artista, e dispone di una perizia tecnica che è qualche volta addirittura prodigiosa, gli accade di dimenticare nella foga della creazione le preoccupazioni di stile, ed allora di colpo crea il capolavoro. Il capolavoro è quel nudo femminile che ha intitolato Rimembranze”. E’, io penso, un’opera capitale della scultura contemporanea. Basta alla fama imperitura di un artista.

Certo questa figura femminile senza braccia, rammenta da vicino la Notte”, certo ancora nella testa rivela quella particolare forzatura innaturale che toglie pregio alle altre statue più decisamente decorative, ma c’è pure una tal penetrazione ed esaltazione della forma, della forma definitiva, della forma sovrumano, che davvero non oso attentarmi ad una critica minuta.

Un’altra volta Ivan Mestrovic così alta perfezione: nel torso di Milos Obilic”. E poi altre volte ancora, ma con minor decisione.

Dove invece l’arte sua è, a mio avviso, decisamente inferiore è soprattutto nella Sfinge”, strana immagine in cui volle e non seppe ammodernare ed animare d’una nuova più oscura e più suggestiva vita la mitica femmina bestiale; ed anche nella statua di Marco Kraljevic.

Il colossale eroe, simbolo della forza semplice e della schiettezza e della terribilità del selvaggio popolo serbo, è rappresentato in groppa ad un enorme cavallo, tutto raccolto come in uno sforzo immane, feroce nel viso. Bella la posa, ben espressiva, sia nell’uomo che nel cavallo, della ruinante posa dell’eroe popolare: ma l’esagerata grossezza dei muscoli e l’eccessività della stilizzazione distruggono buona parte di quell’effetto di grandezza che si poteva, con un po’ più di misura, ottenere. Guardate i baffi di Marco Kraljevic: sono disegnati con tanta asprezza che alterano il profilo al punto da non far riconoscere la maschera umana. Guardate la coda del cavallo: s’insinua fra le gambe dell’animale, massiccia, ingombrante, sgraziata e diviene elemento di tardezza invece che di movimento.

Con tutto ciò, ripeto, Ivan Mestrovic, che noi possiamo per la prima volta apprezzare ed ammirare in Italia, secondo il suo merito, è tale artista cui nulla è vietato nel vasto dominio della bellezza. O sia che lasci svolgere la sua personalità liberamente per la gioia di tutti gli uomini, o sia che perseveri in questa sua patriottica costrizione, mostrerà sempre l’altezza del suo ingegno in opere durature.  

Mario Laso