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Educato
in Austria, ha subito profondamente l’influenza del secessionismo
viennese, e passato in Francia, si è poi temprato al contatto con
un’arte più umana e più passionale.
Ma
preoccupato anche lui della dominante idea etnica, ha voluto dagli
insegnamenti austriaci e francesi dedurre un principio d’arte che
avesse sapore fortemente nazionale e che servisse pur esso alla finalità
della razza.
In
altre parole, Mestrovic ha presunto di dare, solo, al suo popolo quella
tradizione che gli altri popoli hanno spontaneamente generato attraverso
una elaborazione secolare.
Partito
dal concetto che il popolo serbo è ancora primitivo nel suo sviluppo
intellettuale, ha pensato gli si addica un’arte primitiva che possa
meglio comunicare con la sua natura. Ha dunque indagato le origini della
civiltà e della razza per ritrovare gli elementi originari di questa
primitività; e questi elementi ha creduto, forse non a torto, di
ritrovare nelle civiltà orientali, specialmente assire. Ecco perché
nel monumento da lui pensato, non meno che nelle singole sculture già
eseguite, appaiono ispirazioni evidenti, a volte anzi veri e propri
richiami a [...]motivi di decorazione persiana e assira.
Orbene,
pur riconoscendo nel lavoro colossale di questo giovane grande artista
straordinari pregi di esecuzione ed anche di invenzione ed anche vera
genialità, io penso che l’idea con la quale si è messo con tanto
ardore, non sia giusta e non raggiunge lo scopo che si prefigge. Perché
io nego si possa fare dell’arte volutamente primitiva. L’ingenuità
ha un solo fascino particolare, in questo è spontanea; se non è
irremediabilmente affettazione, è artifizio.
La
primitività non è semplicità, ma rozzezza
e vale in quanto rudemente esprime, in quanto incosciamente trascura.
Gli imitatori, non perverranno mai a rifarsi alla mentalità degli
artisti primi: perciò dato anche che arrivino a comprenderne le
intenzioni, è certo però che, per un processo istintivo di criticismo,
tenteranno ad isolarne i pregi, ne risulterà una primitività
migliorata, ossia affettata, falsa. Il dissidio tra l’ingenuità
naturale e l’arcaismo artifizioso è, checché si faccia, insanabile.
Basta
un esame un poco più che superficiale delle opere di Ivan Mestrovic per
discernerne le diverse influenze che si sono sovrapposte in lui per
portarlo alla creazione della maggior parte delle sue statue: greca,
arcaica prima (e forse più per un riflesso teutonico che per diretto
studio), michelangiolesco poi (ma piuttosto attraverso la visione
rodiniana che attraverso la propria ammirazione) e tutto ciò
accompagnato da reminescenze di rigidezze egizie e di contorsioni e di
cupezza orientali.
Ma
siccome Mestrovic è veramente un grande e non ostante tutto, originale
artista, e dispone di una perizia tecnica che è qualche volta
addirittura prodigiosa, gli accade di dimenticare nella foga della
creazione le preoccupazioni di stile, ed allora di colpo crea il
capolavoro. Il capolavoro è quel nudo femminile che ha intitolato “Rimembranze”.
E’, io
penso, un’opera capitale della scultura contemporanea. Basta alla fama
imperitura di un artista.
Certo
questa figura femminile senza braccia, rammenta da vicino la “Notte”,
certo
ancora nella testa rivela quella particolare forzatura innaturale che
toglie pregio alle altre statue più decisamente decorative, ma c’è
pure una tal penetrazione ed esaltazione della forma, della forma
definitiva, della forma sovrumano, che davvero non oso attentarmi ad una
critica minuta.
Un’altra
volta Ivan Mestrovic così alta perfezione: nel torso di “Milos
Obilic”. E
poi altre volte ancora, ma con minor decisione.
Dove
invece l’arte sua è, a mio avviso, decisamente inferiore è
soprattutto nella “Sfinge”,
strana
immagine in cui volle e non seppe ammodernare ed animare d’una nuova
più oscura e più suggestiva vita la mitica femmina bestiale; ed anche
nella statua di Marco
Kraljevic.
Il
colossale eroe, simbolo della forza semplice e della schiettezza e della
terribilità del selvaggio popolo serbo, è rappresentato in groppa ad
un enorme cavallo, tutto raccolto come in uno sforzo immane, feroce nel
viso. Bella la posa, ben espressiva, sia nell’uomo che nel cavallo,
della ruinante posa dell’eroe popolare: ma l’esagerata grossezza dei
muscoli e l’eccessività della stilizzazione distruggono buona parte
di quell’effetto di grandezza che si poteva, con un po’ più di
misura, ottenere. Guardate i baffi di Marco
Kraljevic:
sono disegnati con tanta asprezza che alterano il profilo al punto da
non far riconoscere la maschera umana. Guardate la coda del cavallo:
s’insinua fra le gambe dell’animale, massiccia, ingombrante,
sgraziata e diviene elemento di tardezza invece che di movimento.
Con
tutto ciò, ripeto, Ivan Mestrovic, che noi possiamo per la prima volta
apprezzare ed ammirare in Italia, secondo il suo merito, è tale artista
cui nulla è vietato nel vasto dominio della bellezza. O sia che lasci
svolgere la sua personalità liberamente per la gioia di tutti gli
uomini, o sia che perseveri in questa sua patriottica costrizione,
mostrerà sempre l’altezza del suo ingegno in opere durature.
Mario
Laso |